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Congresso famiglie, la santa alleanza dell’ultradestra che spacca il governo

di Alberto Magnani


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Un manifesto del Congresso mondiale delle famiglie (Ansa)

8' di lettura

Passeggiando per Verona, ci si imbatte ancora in un vecchio adesivo di Forza Nuova, un partito neofascista fondato a fine anni ’90 da due militanti dell’estrema destra latitanti a Londra. «Omosessuali in Arena? Sì... Con i leoni». L’allusione è al gay pride che si sarebbe svolto nel 2001 in riva all’Adige, con tanto di messe riparatrici in latino organizzate da gruppi privati di tradizionalisti cattolici per «chiedere perdono» dei 6mila manifestanti sfilati in città. Quasi 20 anni dopo, Verona torna sotto ai riflettori per un motivo simile. Ma i rapporti di forza sono un po’ diversi rispetto ad allora, anche in una vecchia roccaforte conservatrice come Verona.

Verona, femministe sfilano contro il congresso della famiglia

Verona, femministe sfilano contro il congresso della famiglia

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Dal 29 al 31 marzo la «città dell’amore» ospita la tredicesima edizione del World congress of families, un evento internazionale che chiama a raccolta «leader, organizzazioni e famiglie» per «difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società». Fra gli argomenti in programma ci sono, in ordine sparso, «la bellezza del matrimonio (contro il divorzio, ndr)», i «diritti dei bambini», «crescita e crisi demografica» e la «donna della storia». Concetti che si declinano però, a leggere le posizioni dei relatori, in una linea che ricalca un orientamento di integralismo religioso e destra radicale: contrarietà incondizionata ad aborto e ai diritti gay, richiami al «ruolo della donna» contro l’emancipazione femminile e critiche alla cosiddetta teoria del gender, un neologismo coniato in ambienti del tradizionalismo cattolico per alludere a una sorta di «complotto» che mirerebbe allo smantellamento dell’identità sessuale (gli studi sul «genere» sono, in realtà, una branca dell’antropologia che analizza la formazione dell’identità maschile e femminile nella società).

Il congresso va in scena al Palazzo della Gran Guardia, un immobile comunale che si affaccia su piazza Bra, a pochi passi dall’Arena. Il movimento «Non una di meno» ha convocato una manifestazione di tre giorni che sfocerà in uno corteo «transfemminista» sabato 30 marzo, incassando adesioni da tutta Europa. Jacopo Coghe, presidente del Generazione famiglia e tra gli organizzatori del Congresso, ha già rispedito al mittente le contestazioni in un’intervista al mensile Tempi. Sui contenuti dell’evento, ha detto Coghe, sono circolate «troppe fake news»: l’obiettivo centrale della tre giorni è di discutere proposte politiche, ad esempio contro la detanalità («servono sostegni economici e favorire una cultura che rimetta la famiglia al centro»), senza sponsorizzare una visione «medievale» della donna o derive omofobe.

Chi lo organizza, che cosa succede
Il meeting è uno degli eventi clou rinnovati ogni anno dall'Organizzazione internazionale per la famiglia, un’associazione statunitense «a difesa della famiglia tradizionale» che ha tra i suoi esponenti di spicco Brian Brown (un attivista americano noto per aver fondato anche l’Organizzazione nazionale per il matrimonio, società no profit che si batte contro la legalizzazione dei matrimoni gay) e Allan Carlson, storico ed ex funzionario del presidente Ronald Reagan, oggi attivo come direttore di una rivista «pro-family» e membro di un think tank ultraconservatore. Entrambi saranno ospiti del congresso di Verona, in compagnia di un parterre che attinge variamente a forze di destra nazionali e alla galassia di formazioni «pro life» sparse fra Nord America, Europa, Africa e Asia. Per restare tra gli italiani ci saranno il vicepremier Matteo Salvini, il ministro della Famiglia e della disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il sindaco di Verona Federico Sboarina, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, il senatore Simone Pillon (quello del disegno di legge omonimo), l’eurodeputata di Forza Italia Elisabetta Gardini e la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

Per il resto si va dallo psichiatra Alessandro Meluzzi all’arciprete ortodosso Dmitri Smirnov, dal viceministro per la Famiglia del governo Orbán Atilla Beneda alla politica ugandese Lucy Akello, conosciuta fuori dai confini del Paese per aver promosso la pena di morte per il «reato» di omosessualità. Fra le associazioni coinvolte ci sono la onlus Pro Vita (che difende la «famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna» e fa divulgazione contro aborto, eutanasia e adozioni gay), CitizenGo (un network internazionale in difesa di «vita, famiglia, libertà». La sua ultima battaglia è contro il patrocinio al Gay Pride di Trieste) e la già citata Organizzazione nazionale per il matrimonio.

Il governo (e la Lega si spacca sulla kermesse)
Il patrocinio è garantito dal ministero presieduto da Fontana, le regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia (entrambe a guida leghista) e la provincia di Verona. In un primo momento era apparso anche il log0 della presidenza del Consiglio, poi ritirato nel vivo della polemiche che hanno creato qualche malumore nel governo fra esponenti Lega e i Cinque stelle, in teoria ostili all’iniziativa e ai valori trasmessi. Il vicepremier Luigi Di Maio ha rischiato di creare una nuova frattura nell’esecutivo, liquidando la linea politica e ideologica dell’evento come materiale per una «destra di sfigati» che non ha nulla che a spartire con il suo stesso governo. Più a sorpresa, però, è anche la stessa Lega a vacillare nella sua unità su toni e contenuti della manifestazione. Lo stesso Zaia, presente fra gli ospiti in Gran Guardia, si è affrettato a smarcarsi dai toni più radicali dell’evento («Il bigottismo rischia di trascinarsi in quello che diventa estremismo») e ha ribadito la sua linea in materia di diritti di fronte alla platea di Verona: «Dobbiamo dirlo chiaramente, l'omofobia è una patologia». Anche Giulia Bongiorno, ministro della pubblica amministrazione in quota Lega, aveva messo in chiaro le cose prima dell’evento: «Mai e poi mai - ha dichiarato ai microfoni di SkyTg24 - ci sarà un arretramento di un centimetro sui diritti delle donne o sui diritti di autodeterminazione». La linea di demarcazione più pesante, almeno in termini di immagine, è stata tracciata dalla Chiesa. Il Vaticano si è mantenuto prudente, evidenziando la sua distanza dall’evento. Il segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin si è detto «d’accordo sulla sostanza, ma non sulla modalità», alludendo all’impostazione unilaterale e ai toni utilizzati per la promozione del congresso.

Dagli Stati Uniti all’Ungheria, «l’internazionale illiberale»
D’altronde il World congress of families è nato lontano dalla Chiesa romana, almeno geograficamente, e il suo terreno di coltura fatica a conciliarsi con quello del pontificato di Francesco (pur incontrando i favori, più o meno velati, di altri ambienti della Santa Sede). La culla del World congress of families sono gli Stati Uniti dei movimenti cristiani integralisti, sia cattolici che evangelici, dove Allan Carlson si è formato e ha ideato un «Congresso nazionale delle famiglie» che si schierasse contro i vecchi avversari della destra religiosa: aborto, diritti degli omosessuali e, più in generale, un «libertinaggio sessuale» accusato di favorire il calo demografico e lo smantellamento della società tradizionale. Un sottobosco che ha guardato per decenni alle ali più reazionarie del partito repubblicano, per poi abbracciare la prima ondata politica mainstream che ne abbia accolto i valori: il populismo di destra, dal fenomeno Trump negli Stati Uniti all’insorgenza di leader nazionalisti in Europa. Come il primo ministro ungherese Viktor Orbán e, più di recente, la Lega dell’era di Matteo Salvini.

Il conservatorismo religioso contro il progressismo dei costumi è sfociato nel conservatorismo ideologico contro il progressismo in politica, identificato in blocco contro un nemico comune: «l’ordine liberale» che avrebbe originato la decadenza attraverso la separazione tra la sfera religiosa e la sfera politica. Il risultato è un matrimonio fra fondamentalismo religioso, nazionalismo e generica ostilità al diverso, a partire dagli immigrati, che ha trovato sfogo nell’exploit delle forze di destra radicale che stanno proliferando fra Nord America ed Europa. Sotto questa luce si spiega meglio la parabola di una figura come Steve Bannon, ex guru della comunicazione di Donald Trump, liquidato dalla Casa Bianca e planato a Bruxelles e poi in Italia per cercare fortuna come architetto di una coalizione populista in vista delle elezioni europee del 2019. Ma al di là del suo caso, ritenuto spesso macchiettistico, la «internazionale illiberale» si è materializzata anche in termini più concreti.

Un’inchiesta del think tank openDemocracy ha sostenuto che gruppi della destra radicale Usa avrebbero versato oltre 50 milioni di dollari a favore di partiti simili in Europa. Il report cita anche la Lega e, appunto, il Congresso delle famiglie di Verona, dove «si mostreranno i legami sempre più stretti fra alcuni gruppi di ultraconservatori cristiani degli Usa e l’estrema destra europea». L’Europa «che ci piace», per citare il vicepremier italiano. «Ci troviamo di fronte a una internazionale illiberale che non va sottovalutata. Questi movimenti venivano derisi qualche decennio fa, perché venivano considerati del tutto impresentabili. Ora, con il trumpismo, sono saliti al potere» spiega al Sole 24 Ore Massimo Faggioli, storico del cristianesimo in cattedra all’Università statunitense di Villanova. In quest’ottica, prosegue Faggioli, l’elemento religioso fa più che altro da «collante» per pulsioni che hanno poco a che vedere con la fede: la coesione è dettata più dalla ricerca di un nemico che da valori condivisi. Come Trump ha raccolto consensi cavalcando la rabbia del ceto medio schiacciato dalla crisi e dimenticato dalle bolle liberal degli Stati Uniti, così i partiti nazionalisti europei deviano la tensioni sociali su pericoli esterni. «Si cerca il capro espiatorio: oggi sono gli omosessuali o gli immigrati, come nel Medioevo si accusavano gli ebrei della pestilenza - fa notare Faggioli - Basti pensare che qui, negli Stati Uniti, Orbán è considerato una sorta di eroe perché rappresenta quello che sognano certi ambienti: un’Europa illiberale e cristiana, nel loro senso del termine».

Verona, una scelta non casuale
Anche la scelta di Verona non sembra casuale, considerando il pedigree storico e ideologico che la città ha sempre “vantato” negli anni. Verona è considerata un crocevia naturale fra integralismo cattolico, destra radicale e gli ambienti più belligeranti della ex Lega Nord, poi confluiti e istituzionalizzati nella nuova Lega nazionale di Salvini. Dopo diversi decenni di Democrazia cristiana, la città si è affidata dagli anni ’90 dello scorso secolo quasi esclusivamente a giunte di centrodestra, o di sola destra, con l’unica eccezione di cinque anni di centrosinistra dal 2002 al 2007. Fra il 2007 e il 2017 è stata la volta di Flavio Tosi, enfant prodige della Lega che avrebbe virato su una linea più moderata dopo la rottura con Salvini. Lo ha sostituito nel 2017 Federico Sboarina, alla testa di una coalizione fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia che ha battuto la compagna di Tosi Patrizia Bisinella in un curioso derby fra le destre.

I rapporti fra ambienti conservatori e del cattolicesimo tradizionalista sono sempre andati di pari passo, come ha documentato anche una dettagliata inchiesta di Giulia Siviero su il Post . Verona è la patria di associazioni integraliste come Christus Rex e case editrici di settore come Fede e cultura, che ha dato alle stampe anche un libro Ettore Gotti Tedeschi, l’ex banchiere dello Ior che ha firmato un’altra pubblicazione («La culla vuota della civiltà, all’origine della crisi») insieme all’attuale ministro Fontana, con prefazione di Matteo Salvini. Ovviamente, non tutta la politica locale e la città hanno gradito l’adesione del Comune al convegno «pro family». Circa 400 docenti dell’Università di Verona hanno firmato un manifesto per dissociarsi dall’iniziativa, dopo aver negato l’accesso alle proprie aule per seminari collegati all’appuntamento. «Non è una questione di merito, ma di metodo - spiega al Sole 24 Ore, Riccardo Panattoni, direttore del dipartimento di Scienze Umane e primo firmatario - Questo congresso è organizzato senza che si trasmetta alcuna forma di spirito critico. E comunque, ma questo è un parere personale, la storia ci insegna a preoccuparci quando un movimento ideologico si coniuga con determinate forze politiche».

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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