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Il Coronavirus cambia il food delivery: consegne contactless e mensa diffusa per smart worker

Come reagiscono le dark kitchen che preparavano pasti aziendali dopo i cambiamento imposti dal Covid-19: c’è chi converte il business e chi chiude in attesa che finisca l’emergenza

di Gianni Rusconi

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(Epa)

Come reagiscono le dark kitchen che preparavano pasti aziendali dopo i cambiamento imposti dal Covid-19: c’è chi converte il business e chi chiude in attesa che finisca l’emergenza


4' di lettura

Nelle ultime settimane lo scenario delle consegne a domicilio di piatti e cibi pronti è cambiato in modo importante: è un coro all'unisono quello che si leva dagli operatori del food delivery, a conferma del fatto che l'effetto Coronavirus sta incidendo sulle dinamiche operative di ogni settore economico, nessuno escluso. In Italia come oltre confine.

Prendiamo per esempio il caso di Bella & Bona, “ghost restaurant” B2b gestito a Monaco di Baviera da imprenditori italiani e basato su prodotti made in Italy.
«Le aziende si sono svuotate – ci dice al telefono uno dei fondatori, Matteo Cricco - e i dipendenti fanno home office. Stanno chiudendo palestre, piscine, cinema e teatri e i ristoranti saranno aperti fino alle 15.00. Non siamo ancora in lockdown ma presumo avverrà molto presto: dati alla mano siamo 9 giorni dietro rispetto all'Italia».
Come ha reagito al blocco Bella & Bona? Avviando lo smart working per il team e studiando diverse misure per erogare il servizio anche in periodo di crisi, dalla consegna contactless al servizio a casa per gli impiegati delle aziende clienti in determinate zone della città.
«Stiamo anche valutando – conclude Cricco - la possibilità di consegnare pacchetti da 10 pasti da poter conservare in frigorifero per una settimana mentre anche i menu stanno cambiando per considerare le diverse necessità caloriche e vitaminiche imposte dalla forzata quarantena».

Pasti a casa propria per i dipendenti, così la mensa è diffusa
E in Italia? L'esperienza di Mymenu, realtà che opera fra Milano e altre cinque città del Nord Italia (Brescia, Bologna, Modena, Padova e Verona) con oltre 500 ristoranti di fascia medio-alta, ci aiuta a capire come gli operatori stanno reagendo all’amergenza.
«Dagli utenti privati che ordinano tendenzialmente da casa - assicura il presidente e co-fondatore della società, Giovanni Cavallo - abbiamo avuto un'importante aumento di domanda mentre registriamo una crescita costante di contatti da parte di ristoranti ad oggi non affiliati, che ci contattano per cogliere quest'opportunità di cambiamento e digitalizzazione dei loro modelli».

L'impatto più importante si evidenzia però in ambito B2b, fra i clienti che lavorano come dipendenti o consulenti per grandi aziende beneficiando dell'accordo siglato con Mymenu.
«Sempre più persone sono a casa in modalità smart working – conferma Cavallo - e a queste persone, che in precedenza ordinavano il pasto dalle sedi di lavoro, offriamo la possibilità di riceverlo direttamente a casa o all'indirizzo richiesto, utilizzando la convenzione in essere. È un cambiamento che ci porta ad avvicinarsi a un modello di vera e propria mensa diffusa».
Il tutto osservando le prescrizioni anti-contagio dal ritiro dell'ordine alla sua consegna: il rider mantiene obbligatoriamente la distanza di sicurezza di almeno un metro dal personale del ristorante, senza entrarvi in contatto diretto, e fa lo stesso presso il domicilio del cliente, lasciando i sacchetti davanti all'uscio di casa.

Cosa cambia nelle dark kitchen aziendali
«Con l’esplosione dell'emergenza abbiamo assistito a un progressivo calo degli ordini: nella settimana pre-decreto c'era già stata una flessione, ma il momento di rottura è stato, ovviamente, il provvedimento che ha disposto la chiusura degli uffici». L’ammissione di Marco Mottolese, Ceo e cofounder di Foorban, uno dei primi “ghost restaurant” italiani (è attivo a Milano dal 2016) e pioniere assoluto del modello di negozio fisico all'interno di un'azienda (Amazon, dal dicembre 2017), è più che esplicita. Covid-19, insomma, ha cambiato forzatamente le logiche di processo e, nel caso specifico, ha imposto misure drastiche.

<Abbiamo progressivamente chiuso le cantine aziendali nel rispetto delle indicazioni ministeriali – continua infatti Mottolese - e siamo rimasti attivi fino a tutta la scorsa settimana con le consegne per garantire il servizio, destinando una parte della nostra produzione ad alcune strutture caritative del territorio. Da questa settimana, invece, abbiamo deciso di sospendere tutte le attività per ragioni di business e per tutelare le persone che collaborano con noi, in ufficio, in cucina e alle consegne. Restiamo ovviamente in contatto con le aziende clienti per valutare se ci siano i margini per ripristinare il servizio, andando eventualmente a creare qualcosa di specifico per lo smart working dei loro dipendenti. Nel frattempo, terremo loro compagnia sui social, proponendo online alcune delle nostre ricette da replicare a casa e una rubrica con i consigli della nostra nutrizionista per affrontare la quarantena».

Non è molto diversa la situazione di un'altra dark kitchen italiana, la torinese Morsy, realtà nata tre anni e specializzatasi da subito nei pasti a domicilio per la clientela business.
«Nelle ultime due settimane – ci spiega il Ceo della società, Carlo Alberto Danna - le imprese clienti hanno cominciato a svuotarsi e gli ordini a calare. Dopo qualche giorno di confusione ci siamo attivati, ampliando l'area geografica di consegna ai comuni di Leinì, Settimo Torinese, San Mauro e Mappano e oggi siamo fra i pochi servizi di lunch delivery B2B a garantire pasti anche a chi è in smart working».
Azioni tattiche per l'immediato e revisioni di strategia in prospettiva futura, insomma, che nel caso di Morsy si sono tradotte nel potenziamento del servizio B2c grazie agli accordi siglati con i tre dei più importanti player del food delivery per garantire consegne in modo continuativo dalle 11:30 alle 21:30.

Lavoro da remoto obbligatorio per chi può
Sono dunque tante le azioni che gli operatori di food delivery hanno intrapreso per affrontare l'emergenza sanitaria e molte convergono nella drastica limitazione degli accessi (anche per i fornitori della merce) all'interno dei laboratori di produzione, nell'obbligo per tutti gli addetti di utilizzare guanti e mascherine e nel ferreo rispetto della normativa Haccp che prevede la sanificazione con appositi disinfettanti di tutte le superfici e degli strumenti di lavoro dopo ogni utilizzo. Una prassi seguita alla lettera anche da Feat Food, piattaforma che serve a domicilio un target specifico, quello del fitness.

«Abbiamo introdotto l'obbligo di lavorare in smart working per i dipendenti per cui possibile operare da remoto – conferma Andrea Lippolis, founder e Ceo della startup milanese- e assegnato un mezzo aziendale a chi si recava al lavoro tramite mezzi pubblici, oltre ad aver chiuso l'attività al pubblico già prima dell'ultimo decreto e scelto di restare operativi unicamente online, continuando a garantire la consegna a casa e creando di continuo promozioni per agevolare gli acquisti, cercando di venire incontro alle esigenze dei nostri clienti in quanti più modi possibili».

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