Scienza e Filosofia

Conseguenze delle emozioni

di Elisabetta Sirgiovanni

4' di lettura

«C’è molto al di sotto del cappello della morale, e noi ne ignoriamo i dettagli a nostro rischio». L’autore del monito è Joshua Greene. Neurofilosofo ad Harvard, ha avuto il merito, sin dai suoi primi studi empirici sulla morale quindici anni fa, di ridare spinta propulsiva al dibattito metaetico. Due testi recenti, uno nelle librerie americane per Oxford University Press, l’altro in traduzione italiana per Raffaello Cortina, consentono di tirare le somme di un ventennio di neuroetica e del clima culturale oramai mutato internazionalmente, con il prepotente ingresso delle scienze del cervello nelle humanities.

Moral Brains, frutto di una conferenza del 2012, è una raccolta di quindici contributi dai più autorevoli studiosi del settore, curata dal filosofo e bioeticista Matthew Liao, direttore del Center for Bioethics della New York University. Storia naturale della morale umana riassume cinque anni di ricerche dello psicologo e etologo americano Michael Tomasello, co-direttore a Lipsia del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology. Chiunque dovrebbe conoscere le insidie dei nostri cervelli morali, poiché continuamente decidiamo tra cosa ritenere permissibile e cosa no circa costumi, atteggiamenti, comportamenti; e puntualmente queste scelte sono influenzate da fattori interni di cui siamo inconsapevoli.

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Significative sul piano morale sono le situazioni di conflitto, tra effetti indesiderati e spinte da controbilanciare, che chiamiamo dilemmi morali o anche dilemmi sociali, quando si tratta di giochi di interesse in cui negoziare il proprio tornaconto con quello degli altri. Possiamo ancora valutare affidabili questi giudizi, ignorandone natura e storia evolutiva? Oggigiorno sono sempre meno i professionisti della morale a pensarla in questo modo.

Nelle aule universitarie di tutto il mondo si elargiscono concessioni alle neuroscienze, specialmente per aver dimostrato quanto contino moralmente le emozioni e che a guidarci nelle decisioni e nelle azioni sono disposizioni e motivi inconsci a livello biologico anche profondo. Ma cosa succede se queste conoscenze sono usate per giustificare scelte che hanno funzionato nel passato o per ridurre le incertezze di scenari nuovi?

Greene a conti fatti mantiene un modello Vittoriano: conserva l’idea di una ragione regina sulle ingannevoli passioni ma sostiene, all’opposto di Kant, che questa favorirebbe una morale delle conseguenze. Tomasello specula su una presunta evoluzione a tre tappe che, a pensar male, ricalca una dialettica hegeliana. Si passerebbe da una morale emotiva della simpatia (tu>io), condivisa con i primati superiori, a una morale dell’equità e giustizia (tu=io), solo umana, fino a una forma ultima e genuina di etica, «oggettiva», «sopraindividuale», «fonte suprema del dovere» chiamata «razionalità cooperativa» (noi>io). Una morale che ci renderebbe a sua detta «ipersociali», «ipercooperativi».

Iperumani, quindi? Mettiamola in un altro modo. Siamo sicuri che le emozioni, in una società democratica e liberale, vadano sempre temperate con le prove che un’etica dell’utilità dovrebbe fondarsi sul controllo, attraverso la ragione, di euristiche e intuizioni? Su questo, in dialogo con Greene, gli autori di Moral Brains offrono acuti controesempi ed obiezioni. L’impressione, ad oggi, è che quest’approccio dicotomico e gerarchico tra emozioni e ragione, con le sue irrealistiche conclusioni, richieda raffinamenti, se non ripensamenti, in favore di modelli integrativi e più concreti, non assolutistici.

Meglio dare ruolo chiaro a questi campanelli del conflitto morale che sono le emozioni, capire come intervengono, quando ascoltarle, come riescono a regolarsi, ma anche come possono essere manovrate e come si può esserne travolti. Stiamo capendo distinzioni e effetti, identificando quelle di cui è privo chi ha deficit morali. Alla fine, condannare le emozioni tout court su basi consequenzialiste potrebbe essere un errore – quando cioè pensiamo che buttare un uomo da un cavalcavia per salvarne cinque che rischiano di essere uccise da un treno in corsa sia lo stesso che deviare un treno verso un binario in cui c’è una sola persona perché non ne colpisca cinque.

Già presentando a filosofi e non il dilemma in questo ordine, invece che nel solito ordine opposto, il primo gesto risulta meno grave; ma è discutibile sostenere che le scelte degli psicopatici, calcolatori algidi immorali che non distinguono i due casi, siano le migliori per la nostra convivenza. Tanto più che le reazioni avverse al danno personale, più emotive, rispetto a quelle razionali impersonali, si intensificano con la serotonina, il mediatore chimico dell’umore, che promuove socialità, inducendo a rifiutare le ingiustizie e smorzando atteggiamenti punitivi.

Per rispondere alle aspettative delle società moderne sembra improbabile che occorra, se mai possibile, rimanere imperturbabili. Emerge l’importanza di un’intima pervasione tra emozioni positive e ragione, la stessa che ci ha evolutivamente equipaggiati di quei tratti disposizionali distintivi che caratterizzano l’ingegnosità sociale altruistica - estremamente labile, guidata da strategie di reciprocazione o da interessi di natura.

Questa intelligenza è diversa da quella manipolativa, egoistica e nociva, per quanto vantaggiosa a breve termine, degli antisociali. Attraverso simpatia e avversità al danno verso gli altri, la prima ha mostrato, in ambienti avversi e competitivi, di essere adattiva, costruttiva e protettiva ad ampio spettro e per lungo corso per la specie. Verosimilmente, è la disposizione su cui continueremo a riflettere e scommettere nella neuroetica degli anni a venire, provando, non per forza con successo, a liberarci di rigidi schemi etici del passato e di radicati pregiudizi. Con l’obiettivo di costruire norme che ci indichino come motivarci e auto-regolarci, cognitivamente e emotivamente, cioè per valorizzare la nostra natura competitiva e cooperativa, o semplicemente pro-sociale.

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