Interventi

Consensi al Piano Marshall «per accrescere l’integrazione»

di Luca Orlando


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(Ansa)

4' di lettura

«Ci siamo fermati a metà strada ma lo sforzo comune deve essere quello di costruire e rafforzare, non certo di distruggere». Il presidente di Brembo Alberto Bombassei, così come molti altri imprenditori, condivide l’idea lanciata su queste colonne (venerdì 16 novembre) dall’ad di Pirelli Marco Tronchetti Provera, l’avvio di un nuovo Piano Marshall incardinato sulle infrastrutture che possa riaffermare l’importanza dello “stare insieme”, affiancando al rigore nei conti un percorso che punti sugli investimenti e sullo sviluppo.

«Ho letto e sono d’accordo - spiega Bombassei - anche perché credo si tratti di linee guida condivise da tutti gli europeisti veri. Convinti da un lato dell’importanza dell’Unione per affrontare le sfide della concorrenza globale, dall’altro della necessità di portare a compimento un processo di integrazione che pare essersi interrotto, dimenticando, ad esempio, capitoli chiave come fisco, energia, in generale la politica economica». Un grande shock sugli investimenti potrebbe spostare l’ago della bilancia anche in termini di “narrazione”, perché oggi il vizio, non solo italiano, «è quello di parlare alla pancia più che alla testa delle persone, denunciando ciò che non funziona per raccogliere consenso». Trend che si può interrompere, anche se lo stesso Bombassei, come Tronchetti Provera, vede tra gli ostacoli la mancanza di una figura carismatica a livello continentale, una leadership forte che possa convincere e guidare. «Se dovessi fare un nome - spiega - sarei davvero in grande difficoltà. Per l’Italia - aggiunge - la strada è comunque tracciata e lo stesso Governo mi pare abbia ribadito la volontà di stare in Europa e nell’euro: diversamente diverremmo una sorta di San Marino contro il resto del mondo».

«Sono di Torino - ricorda il presidente di Federmeccanica Alberto Dal Poz - e a maggior ragione dopo la marcia pro-Tav non posso che ribadire il mio “sì” convinto a un piano organico sulle infrastrutture, per almeno tre buoni motivi. In termini concreti l’Europa ha bisogno di più collegamenti e d’altra parte dai cantieri possono arrivare lavoro e nuove opportunità per il territorio. In termini simbolici sarebbe poi un modo limpido per dare materia e concretezza alla presenza dell’Europa, per far comprendere a tutti l’impatto dell’Unione. Con una regia europea e ingenti risorse in campo il piano potrebbe poi moltiplicare i suoi effetti mobilitando fondi privati attraverso una grande partnership tra pubblico e privato: perché funzioni, occorre fare le cose in grande».

«Ricordiamoci - aggiunge Marco Bonometti - che per quante critiche si possano avanzare, l’Europa rappresenta comunque la soluzione, non il problema». Certo, anche per il presidente di Confindustria Lombardia è un’Europa da cambiare, rilanciare, riorientare nelle priorità. Nella consapevolezza però che per l’Italia si tratti di una alleanza obbligata. «Pochi giorni fa - spiega Bonometti - ci siamo confrontati con la Confindustria tedesca, scoprendo di avere priorità comuni. L’Europa oggi non risponde in modo adeguato ai problemi che abbiamo: serve un grande progetto industriale in cui tutti gli Stati possano riconoscersi, una spinta agli investimenti e alla ricerca che miri alla competitività del sistema».

Difesa, energia e fisco sono alcuni dei capitoli in cui l’Unione è rimasta drammaticamente indietro, proprio nel momento in cui invece servirebbe il massimo dell’unità. «Superare l’individualismo è una necessità - aggiunge Bonometti - perché oggi di fronte a colossi come Cina e Stati Uniti neppure i singoli Stati possono competere. Ma forse proprio questo elemento potrà essere d’aiuto, una spinta esogena verso gli Stati Uniti d’Europa. Un’Europa da cambiare, ma in cui dobbiamo essere assolutamente presenti».

Presente, in prima persona, è ad esempio Giuseppe Pasini, ieri a Bruxelles in qualità di numero uno del tavolo dell’energia di Confindustria, impegnato in una serie di incontri per sostenere le posizioni del manifatturiero italiano. «Pensare di avere qualche chance in un percorso solitario - spiega l’imprenditore, presidente dell’Associazione Industriale Bresciana - è del tutto illusorio. Certo, il nostro debito rende tutto più difficile e non possiamo pensare di giocare la stessa partita di Germania e Francia, per farlo dovremmo prima mettere a posto i nostri numeri. Ma è l’Europa l’istituzione in cui dobbiamo essere. E dall’avvio di un grande piano infrastrutturale continentale, priorità che condivido, l’Italia avrebbe chiaramente grandi benefici».

«Quando è partito il progetto europeo - commenta Alessandro Spada, imprenditore dell’impiantistica e vicepresidente vicario di Assolombarda - la Cina era un Paese emergente, oggi è un colosso globale. Di fonte a un mondo nuovo ci serve una marcia in più, una nuova missione che vada oltre le tante cose buone realizzate, vantaggi di cui non si parla mai per la tendenza sbagliata a dare per acquisito ciò che invece scontato non è. Le infrastrutture sono un tema chiave per l’Europa e per l’Italia in particolare: non è possibile bloccare i trasporti perché mancano i ponti. Se vogliamo crescita e benessere occorre creare lavoro. E investire nelle infrastrutture è un modo per farlo, puntando sullo sviluppo e sul progresso». Il “mantra” di nazionalisti e sovranisti, fortemente critici nei confronti della Ue è noto: troppi burocrati, troppe regole, troppi vincoli, troppi ostacoli alla libera gestione dei conti pubblici.

In termini di comunicazione pare essere questo il messaggio prevalente, anche se per chi tocca con mano i programmi di Bruxelles le prospettive cambiano. La piccola Greenrail, nata a fine 2012 con due addetti, grazie ai fondi Horizon 2020 (2,4 milioni) ha investito nello sviluppo conquistando una maxi-commessa da 75 milioni negli Usa per la produzione di traverse ferroviarie green. «Oggi - spiega il fondatore Giovanni De Lisi - siamo 14, il prossimo anno credo il doppio. Senza l’Europa non avremmo potuto trasformare l’idea in un prodotto e oggi non saremmo qui».

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