ANNIVERSARI 1919-2019

Consigli di fabbrica, il nucleo ideato da Gramsci

di Valerio Castronovo

3' di lettura

È significativo che nella pur larga attenzione dedicata a un centenario storico come quello del 1919 non sia stata dedicata particolare attenzione al gramsciano movimento dei Consigli di fabbrica, che pur ha avuto un ruolo eminente nel “biennio rosso” e che ha ispirato, da allora in poi, la visione del partito comunista italiano sulla centralità della classe operaia, differenziandolo per più di un aspetto dagli altri partiti omologhi.

Questa sua peculiarità è consistita nell’attribuzione a un’avanguardia operaia di un ruolo rivoluzionario eminente, in quanto, agendo da contropotere in fabbrica nei confronti dell’imprenditore, sarebbe stata la cellula per eccellenza di una “democrazia proletaria” alternativa alla “democrazia parlamentare borghese”. Era quanto Antonio Gramsci (fondatore nel maggio 1919 della rivista «Ordine Nuovo», insieme ad Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti) aveva enunciato all’inizio di settembre, alla data dell’istituzione del primo Consiglio di fabbrica, e ribadito venti giorni dopo, rivolgendosi ai commissari di reparto delle officine della Fiat Centro, affinché assumessero il compito di creare le condizioni concrete, incrinando dall’interno i cardini dell’apparato normativo padronale, per la conquista del potere. Il convincimento degli ordinovisti era infatti che il proletariato torinese avesse raggiunto nell’ambito metalmeccanico «un punto di sviluppo dei più alti, se non il più alto d’Italia». E che, attraverso il proselitismo e l’opera dei Consigli di fabbrica, potesse acquisire spazi sempre più ampi di rappresentanza e d’iniziativa nei luoghi di lavoro, in modo da soppiantare le prerogative e i poteri dell’imprenditore capitalista e da divenire il nucleo propulsivo di un vasto movimento di base nelle altre roccaforti industriali per la costruzione di uno Stato socialista.

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All’assunto che il Consiglio di fabbrica costituisse una sorta di “aristocrazia operaia” con una robusta coscienza di classe e una vigorosa capacità di lotta era associata l’idea che questi requisiti sarebbero emersi e si sarebbero affermati in un confronto tanto più determinante che esemplare nell’ambito di un sistema di fabbrica che avesse una fisionomia spiccatamente innovatrice. Di qui l’elezione, da parte dell’«Ordine Nuovo», della Fiat a epicentro di uno scontro frontale avente per obiettivo l’autogestione operaia senza più alcuna forma di autorità padronale ma senza più nemmeno il sindacato di categoria con le sue Commissioni interne (sebbene la Fiom, nel novembre 1919, avesse consentito in un congresso «l’esperimento dei Consigli di fabbrica»). Per i teorici dell’«Ordine Nuovo» i nuovi organismi consiliari di base non avrebbero avuto infatti ragion d’essere se non quali protagonisti di una propria azione rivoluzionaria volta all’avvento dell’autogoverno operaio, in quanto nella fabbrica stava il cuore e il cervello del sistema e nell’estensione del movimento consiliare nel quadro della grande industria il preludio perciò all’abbattimento del capitalismo.

Come è noto questo miraggio sembrò realizzarsi nel settembre 1920 con l’occupazione delle fabbriche, tant’è che Giovanni Agnelli aveva cercato di stabilire (attraverso Giuseppe Remita, esponente della corrente socialista massimalista) un dialogo con i dirigenti dell’«Ordine Nuovo», in nome di una convergenza d’interessi su basi produttiviste-cooperative tale da rimpiazzare quella fra imprenditori e azionisti possessori di capitali. A suggerirglielo era stato il leader sindacale americano Samuel Gompers. D’altronde Gramsci considerava i “produttori di risparmio” una sorta di superfetazione parassitaria, in quanto «divoratori di plusvalore». In realtà, la sortita di Agnelli contribuì a stabilire una tregua che valse a far rientrare in gioco la Confederazione generale del lavoro di Ludovico D’Aragona e le Fiom di Bruno Buozzi, in seguito alla formula escogitata da Giolitti del “controllo sindacale” sulle aziende. Ma per Gramsci il “controllo sindacale” avrebbe dovuto sfociare nell’acquisizione di una completa padronanza, da parte della classe operaia, della gestione e dell’assetto delle imprese, premessa per l’estinzione del sistema capitalistico di produzione e l’avvento del nuovo potere proletario.

Perciò, sino a ottobre la prospettiva di una socializzazione della grande industria non scomparve dall’orizzonte, in quanto, per Gramsci e i suoi compagni, il controllo sindacale poteva essere adoperato come un grimaldello per «penetrare fin nei più intimi recessi della società capitalistica». Esso sarebbe servito a scardinare dall’interno le serrature tanto dell’assetto proprietario quanto della gestione imprenditoriale. Di qui al ribaltamento del sistema capitalistico il passo sarebbe stato breve. Di fatto, se la partita sul “controllo sindacale” e il suo corollario si chiuse poi definitivamente, fu perché sopraggiunse nel 1920 una fase breve ma intensa di crisi economica a livello internazionale che aggravò i problemi della riconversione dell’economia di guerra, al punto da determinare la caduta di due colossi come l’Ansaldo e l’Ilva.

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