EDITORIALE

Consulenza digitale per piccoli risparmi

di Christian Martino


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(Adobe Stock)

3' di lettura

I piccoli risparmiatori battono diversi colpi all’industria del risparmio italiano in tema di consulenza e prodotti finanziari offerti attraverso piattaforme digitali. Ma questo richiamo d’attenzione fa fatica a essere ascoltato soprattutto quando i clienti non hanno grandi patrimoni da gestire. Domanda e offerta in questo caso non sono allineate. Eppure, secondo l’indagine di McKinsey, che Plus ha avuto modo di consultare in anticipo, i clienti affluent - coloro che detengono asset finanziari compresi tra i 50 mila e i 500 mila euro - di banche, consulenti e fondi del nostro Paese, hanno una forte apertura all’utilizzo di piattaforme digitali accanto ai canali tradizionali. La loro propensione è al primo posto in Europa. La quota di risparmiatori così detti “ibridi”, cioè coloro che sono disposti ad usare sia canali tradizionali, sia canali digitali per l’acquisto di prodotti finanziari è pari al 70%, contro una media del Vecchio continente del 60%. Dalla ricerca emerge purtroppo però un basso grado di soddisfazione dei clienti: un italiano su due afferma di non essere pienamente soddisfatto della consulenza ricevuta. Per l’industria finanziaria ci sono quindi ampi margini di miglioramento e nuove opportunità di mercato. I risparmiatori vorrebbero accedere a una più ampia offerta di prodotti e servizi, attraverso più operatori e più canali distributivi (non solo filiali bancarie, ma sempre più digitali e combinazione tra i due). Il 26% dei piccoli risparmiatori italiani vorrebbe aumentare la quota del proprio portafoglio gestito attraverso nuove piattaforme, possibilmente innovative, di investimento.

Si tratta di uno dei valori più alti in Europa, dove la media è del 19%.

Come ricorda Cristina Catania, partner di McKinsey, la domanda dei risparmiatori italiani, tuttavia, non sembra ancora pienamente soddisfatta dagli operatori del mercato. Da un lato un italiano su tre è desideroso di investire attraverso piattaforme self-directed, dall’altro l’offerta disponibile è ancora bassa, molto indietro rispetto a Paesi europei come Svezia, Regno Unito e Germania.

Questo scenario porta a vedere in Italia la quota di gestione dei portafogli e dei risparmi attraverso modalità completamente digitali ferma al 13%, contro una media europea che ha già raggiunto il 36 per cento.

Inoltre, come emerge dall’indagine McKinsey, un cliente affluent su due è disposto anche a pagare una commissione dedicata per servizi di pianificazione finanziaria e servizi digitali per la gestione dell’investimento. Questo aspetto, ricorda Catania, stona con il fatto che oggi l’offerta finanziaria retail in Italia è ancora molto incentrata più sul singolo prodotto piuttosto che sul portafoglio complessivo del cliente, con la conseguenza che molti bisogni finanziari non trovano risposta adeguata.

Occorre quindi che l’industria del risparmio in Italia faccia uno sforzo in più per adeguare l’offerta alle esigenze patrimoniali anche del piccolo investitore, non in una logica solo di prodotto ma anche di consulenza evoluta. Inoltre occorre offrire al cliente un servizio sempre più trasparente e personalizzato con l’impegno da parte di tutto il sistema di “prezzare” in modo adeguato e non esagerato, i servizi di pianificazione finanziaria per i quali circa la metà dei risparmiatori affluent è disposta a pagare una commissione ad hoc se l’ammontare è equo. Anche perché in Italia i costi di gestione del risparmio sono tra i più elevati in Europa, dove per gestire l’intero portafoglio il cliente spende circa 20 basis point in meno, spesso anche con asset allocation meno conservative.

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