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Consumi di carne d’agnello in calo per Pasqua

Stimato un calo del 35% rispetto al 2019, pari a 20 milioni: pesa la chiusura di ristoranti e l’impossibilità di banchetti e grigliate all’aperto

di Davide Madeddu

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Chiusura dei ristoranti e divieto di assembramenti sono tra le cause del calo di consumo di carne d’agnello per Pasqua

Stimato un calo del 35% rispetto al 2019, pari a 20 milioni: pesa la chiusura di ristoranti e l’impossibilità di banchetti e grigliate all’aperto


2' di lettura

A Pasqua, in tempo di coronavirus, cala anche il consumo di carne d’agnello. Per quest’anno si stima una riduzione dei consumi del 35 per cento rispetto al 2019, pari a un impatto da 20 milioni di euro. Il distanziamento sociale, così come l’impossibilità di lunghe tavolate imbandite o pranzi in ristorante e agriturismo con le pietanze tipiche della festività cucinate in modi differenti hanno un effetto anche sui consumi. E, di conseguenza sui prezzi: dagli allevamenti ai banconi dei negozi.

A fare una stima del crollo che investe l’intero settore, parlando di «perdite notevoli», sono i dirigenti di Contas, il Consorzio per la tutela dell’agnello Igp di Sardegna. «Nel periodo febbraio aprile 2019 c’è stata una vendita di 247mila agnelli Igp, 60mila di abbacchio romano e 15mila di agnello centro italiano – dice il presidente Battista Cualbu – per quest'anno nello stesso periodo si è registrata una contrazione del 35 per cento». Una situazione dovuta all'emergenza sanitaria in corso.

«Con i ristoranti e gli agriturismi chiusi, l’impossibilità di fare tavolate o escursioni –argomenta Cualbo – è chiaro che tutto il mondo che ha sempre caratterizzato queste festività viene a mancare e i danni per il settore sono notevoli». Anche perché, chiarisce, «i periodi dell'anno in cui si lavora bene sono Natale e Pasqua. Con questi dati è chiaro che tutto il sistema subisce una forte contrazione».

E alle vendite si lega anche il prezzo. «Se lo scorso anno un agnello di 6 chili si pagava 50 euro –aggiunge – quest’anno lo stesso agnello viene pagato 27 o 28 euro».
La contrazione non riguarderà solamente i prodotti a marchio Igp ma, dice Cualbu, anche gli altri “non Igp” che «valgono sullo scenario nazionale il 50 per cento e in Sardegna il 33 per cento». E un intero settore che in Italia conta 60mila allevamenti e 6,2 milioni di capi (contro i 7,2 milioni di dieci anni fa).

Per fronteggiare l’emergenza sono arrivati i contributi previsti dal Cura Italia che stanzia risorse sia per gli agnelli Igp che nello scenario sardo sia per gli agnelli non Igp. «L’obiettivo che ci poniamo in questo momento è quello di far sì che in queste feste si consumi italiano – prosegue ancora Cualbu –. E se le tavole non saranno affollate non per questo si deve rinunciare all’agnello che tra l'altro si può acquistare porzionato».

Il consorzio, assieme alle altre associazioni di categoria ha lanciato un appello anche alla grande distribuzione affinché siano privilegiate le produzioni e gli allevamenti nazionali.

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