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Conte alza il tiro su Draghi, nel M5S in 80 con Di Maio

Il leader Cinquestelle vuole il premier in Aula sulla questione Ucraina, Grillo torna e attacca il sindaco di Roma. Verso lo strappo dal Governo?

di Emilia Patta

Ucraina, Conte: "Il Parlamento si può riunire anche di domenica"

3' di lettura

«Dopo 70 giorni di guerra non vogliamo sentir parlare di armi sempre più pesanti e sempre più letali ma di una svolta decisa per il negoziato. Servono soluzioni diplomatiche per mettere fine al conflitto. È giusto e doveroso che il Parlamento possa esprimere un chiaro indirizzo e che il governo lo ascolti. Il premier Draghi deve andare in Parlamento prima del viaggio negli Usa del 10 maggio, se necessario anche di domenica».

La bandiera del pacifismo

Sono ormai settimane che il presidente del M5s Giuseppe Conte ha imbracciato la bandiera del pacifismo in merito alla guerra della Russia contro l’Ucraina paventando la «corsa forsennata al riarmo». Ma negli ultimi giorni i toni contro Mario Draghi si sono alzati oltre il livello di guardia, e non solo sulla guerra: dal braccio di ferro con Draghi stesso sul bonus 110% al non voto dei ministri penstastellati in Cdm sul decreto Aiuti per protesta contro la norma che consente la costruzione del termovalorizzatore a Roma come annunciato dal sindaco dem Roberto Gualtieri, le occasioni si sono moltiplicate. Proprio sul termovalorizzatore ieri è tornato a tuonare il Garante e fondatore Beppe Grillo, fresco di un contratto da 300mila euro per curare la comunicazione social del movimento: «È insensata la scelta di affidare poteri commissariali indistinti al sindaco Gualtieri non per applicare oggi le migliori pratiche disponibili e realizzare impianti utili, ma per installare tra chissà quanti anni, almeno 6 o 7, un impianto costoso e pericoloso che brucia rifiuti e opportunità di crescita economica». Un ritorno sulla scena, quello di Grillo, a cui in molti attribuiscono la radicalizzazione del M5s di questa fase tra pacifismo che sfiora il neutralismo e tematiche ecologiche prima maniera.

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Il silenzio da Palazzo Chigi

Da Palazzo Chigi si è risposto fin qui con il silenzio, anche perché la pressante richiesta del M5s di riferire subito in Aula e di permettere un nuovo voto parlamentare «è isolata». Salvo precisare nella serata di ieri che «il premier ora è in partenza per gli Usa, ma non mancheranno occasioni di confronto a partire dal question time già in calendario per il 19 maggio». Ma in molti cominciano a chiedersi dove voglia davvero arrivare Conte. In primis gli alleati del traballante campo largo, i democratici, con il segretario Letta che al momento ha scelto il basso profilo e semplicemente si comporta - tra interviste, convegni e comunicazione sui social - come se il presidente del M5s con i suoi ultimatum non ci fosse. Ma anche i governisti del movimento vicini al ministro degli esteri Luigi Di Maio, che da parte sua sulla guerra nell’Est dell’Europa ha una linea super atlantista e filo ucraina. Il timore di dimaiani e democratici è che Conte abbia in mente lo strappo con Draghi, proprio sul tema della guerra, dopo le elezioni comunali di giugno. Con l’obiettivo di lucrare dall’opposizione nell’eterogeneo campo del pacifismo e dell’antiamericanismo, se non addirittura di precipitare alle urne anticipate in autunno. Un primo assaggio della divisione interna c’è proprio in queste ore per la successione di Vito Petrocelli alla guida della commissione Esteri del Senato: Conte, in accordo con la Lega, punta sul poco atlantista Gianluca Ferrara contro la dimaiana Simona Nocerino. «Dopo un anno di governo di unità nazionale - dice per altro, sibillino, lo stesso Conte - è giusto riprendere un pieno sviluppo della dialettica politica. Basta con il decisionismo fine a se stesso».

La conta interna al Movimento

Quante divisioni ha Di Maio?, si chiedono allora nel Pd. La conta interna, proprio come nei giorni dell’elezione del capo dello Stato, è già ripartita: tra parlamentari vicini a Di Maio e governisti gli anticontiani del M5s sarebbero al momento tra 70 e 80, di cui una cinquantina alla Camera, su un numero complessivo di 232 (74 al Senato e 158 alla Camera). Ma se la corda tesa da Conte dovesse infine spezzarsi c’è una vasta area “grigia” formata da un centinaio di parlamentari non schierati né con Conte né con Di Maio, con pochissime se non nulle possibilità di essere rieletti a causa del calo dei consensi del M5s e del taglio di un terzo del numero dei parlamentari nel frattempo intervenuto e timorosi solo di perdere anzitempo il cospicuo stipendio. Insomma, in caso di strappo Conte rischierebbe innanzitutto una corposa scissione in Parlamento. La sua sembra dunque essere più che altro una strategia di logoramento. Ma fino a che punto la corda può tendersi?

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