governo spaccato

Di Maio sfida Salvini: «Se vuole la crisi lo dica chiaramente»

«Scelga tra l'interesse del suo partito e quello del Paese, ma così non si può andare avanti» è l'ultimatum rivolto al leader della Lega

di Nicola Barone


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4' di lettura

«Se la Lega vuole far cadere il governo lo dica chiaramente e se ne prenda la responsabilità». Raggiunge il culmine con le parole di Luigi Di Maio lo stato dei rapporti interni alla maggioranza diventato incandescente nelle ultime ore. «Io non dico che abbiamo fatto male per l'Italia in questi mesi, ogni giorno cerco di portare a casa i risultati ma con questo clima si fa male al Paese e quando si minaccia di far cadere il governo il risultato è che gli investitori non investono, perché si ritrovano un clima di incertezza e attendono il governo successivo». Il messaggio per il leader della Lega è perentorio. «Scelga tra l'interesse del suo partito e quello del Paese, ma così non si può andare avanti»

Non tira un'aria delle migliori a Palazzo Chigi. Tutti e tre i protagonisti più in vista dell'esecutivo scelgono le pagine dei giornali per posizionarsi nella guerriglia che fa da sfondo alle decisioni in vista sui dossier chiave. Decisioni senza le quali il governo si consegnerebbe a una paralisi che l'azionista con il vento nelle vele vuole scongiurare in ogni modo. Giustizia, autonomia e manovra: le cose si fanno o non si fanno, e la Lega va avanti. Ma «se arrivassero altri tre no, allora cambia tutto». Questo è l'altolà del vicepremier Matteo Salvini all'alleato M5S in due interviste del ministro dell'Interno a Corriere della Sera e Repubblica.

Giornale su cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte prende in modo esplicito le distanze dal comportamento del Carroccio nella designazione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea, prefigurando il rischio di controeffetti a danno dell'Italia. «Nei giorni precedenti la votazione della neopresidente», scrive Conte, «ho invitato i parlamentari europei delle forze politiche che sostengono la maggioranza interna ad appoggiare questa candidatura, proprio in ragione dei sottesi equilibri e garanzie». Ma «come è noto gli europarlamentari eletti con la Lega, a differenza di quelli del Movimento 5 Stelle, hanno espresso voto contrario. Non sono in condizione di prefigurare se questa contrarietà avrà ripercussioni sulle trattative che si svolgeranno per definire la composizione della squadra di neocommissari. Di certo non si tratta di rivendicare una "poltrona" a beneficio di una singola forza politica. Si tratta di difendere gli interessi nazionali e di rivendicare per l'Italia il posto di prestigio che merita».

Dunque, una sconfessione in piena regola e in qualche modo il rovesciamento, non diretto, delle accuse che già lunedì sera fonti leghiste facevano trapelare secondo cui quello del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo è stato un vero e proprio «tradimento». In sostanza l'accusa rivolta agli alleati di governo è quella di aver «sabotato» le istanze di cambiamento solo per «barattare» poltrone. Una lettura che vede Giuseppe Conte sull'esatta sponda opposta in compagnia del capo pentastellato («c'era un accordo per cui la Lega avrebbe votato Ursula Von der Leyen in cambio di un commissario. Hanno capito che non avrebbero avuto il commissario europeo e si sono ritirati»). Salvini rinforza gli addebiti. «Cinque Stelle e Pd da due giorni sono già al governo insieme, per ora a Bruxelles. Tradendo il voto degli Italiani che volevano il cambiamento, i grillini hanno votato il presidente della nuova Commissione europea, proposto da Merkel e Macron, insieme a Renzi e Berlusconi. Una scelta gravissima, altro che democrazia e trasparenza». Così Matteo Salvini.

Quanto al caso Russiagate, Salvini insiste sulla sua posizione («andrò in Parlamento a ribadire quello che ho sempre detto») chiedendosi anche «cosa mai debba riferire Conte sulla Russia», e a una domanda su Savoini e D'Amico dice di fidarsi delle persone che gli sono vicine («se poi qualcuno sbaglia, con me paga doppio»). Col passare dei giorni la storia è montata politicamente tanto da non potersi più evitare un approdo in sede istituzionale, su spinta del M5S stesso, malgrado la linea di Salvini resti ancorata al «sono tutte balle». Non pochi, dentro e fuori il partito di via Bellerio, rimangono convinti che ulteriori rilevazioni potrebbero esserci all'orizzonte e buon senso suggerisce di spegnere il fuoco prima che sia troppo abbandonando al proprio destino i responsabili dei tentati traffici.

GUARDA IL VIDEO / Russiagate, Salvini: le accuse sono false, è che siamo scomodi

La crisi non c'è e non ci sarà, «quello che c'è è l'unico governo possibile», taglia corto Luigi Di Maio nella sua di intervista. «Non faremo mai alleanze con il partito di Bibbiano», escludendo cambi di maggioranza in corsa col Pd come sostituto del Carroccio. Sullo scontro per il voto divergente alla numero uno della Commissione europea richiama l'alleato alla responsabilità: «La Lega ha vinto le elezioni Europee, ora dimostri qualcosa». E sul piano più generale viene considerato «ingiusto che ogni giorno si minacci una crisi di governo. Dal mio punto di vista ci sono delle riforme che si devono fare». Insomma «non ci sono tre no» parlando di autonomia, manovra e giustizia.

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