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Conte e il linguaggio mite contro la deriva dell’uomo solo al comando

La lingua mite è il corollario naturale della forza tranquilla. Forse il segno di maggiore discontinuità rispetto alla stagione social e muscolare, popolare ma divisiva, che ha caratterizzato la discussione pubblica a cura del vecchio governo giallo verde

di Alberto Orioli

Governo, Conte: impegno a lessico più consono, non più bellicoso

3' di lettura

La lingua mite è il corollario naturale della forza tranquilla. Forse il segno di maggiore discontinuità rispetto alla stagione social e muscolare, popolare ma divisiva, che ha caratterizzato la discussione pubblica a cura del vecchio governo giallo verde. Giuseppe Conte nel suo discorso alla Camera rimanda, indirettamente ma forse non involontariamente, alla campagna elettorale di Francois Mitterrand del 1981, quando proprio con lo slogan “La force tranquille” inventato dal genio pubblicitario Jacques Séguéla, ottenne il 51,76% al ballottaggio con Valéry Giscard d’Estaing.

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A quello stesso clima di forza tranquilla più volte ha fatto riferimento anche Nicola Zingaretti nel connotare la sua leadership nel Pd. Due indizi che forse non fanno ancora la prova del germoglio di una nuova cultura, ma si avvicinano molto a questa conclusione.
L’idea di formazioni politiche inclusive e plurali a più voci, il più possibile con toni pacati, può essere la carta vincente verso la deriva dell’uomo solo al comando contro cui questo Governo, di fatto, è nato. O almeno sembra essere questa la strategia di Conte che addirittura parla di governo costituente.

Il discorso del premier Giuseppe Conte alla Camera

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Il premier ha insistito molto sulla necessità di tornare al linguaggio consono alle istituzioni, a una stagione dove le parole siano ponderate e – verrebbe da dire – pensate. Una stagione che, nelle aspirazioni di Conte, dovrebbe essere ricordata come il tempo di un nuovo umanesimo. Un obiettivo ambizioso senza dubbio.
La precisione del linguaggio è tutto in politica, anche quando intende rifugiarsi nelle formule ambigue per stemperare posizioni inconciliabili e da gestire con la sagacia del tempo del confronto e della diplomazia.
Dovrebbe finire la stagione in cui gli odiatori da tastiera si sentivano in sintonia con lo spirito del tempo, almeno con lo spirito riverberato dal dibattito politico. Curiosità: lo stesso Guido Alpa, maestro di Conte, si è più volte espresso sui rischi del “linguaggio dell’odio” all’epoca dei social media. Il suo è lo sguardo del giurista al bilanciamento tra i diritti di libertà (di espressione innanzitutto) e la sicurezza (l’attenzione è al tragico apostolato che fa il terrorismo in rete). Ma Alpa non ha mai fatto mistero sui rischi insiti nella formazione del consenso “subdolo e suasivo” che si può ottenere via social network. E quell’eco deve essere rimasta nelle orecchie del giurista Conte.

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L’Italia ha bisogno di tornare a toni più istituzionali: quanta differenza, ad esempio, tra le parole, sempre pesate e sempre consone alla circostanza e al luogo, che Sergio Mattarella ha via via usato dal podio dello studio alla Vetrata durante le consultazioni, e quelle scelte da altri senza soluzione di continuità tra piazza, comizio e leggìo al Quirinale.
Non è un caso se diciamo che le parole sono pietre e non è neppure un caso se in inglese il vocabolo parola (word) diverge per una sola “s” dal vocabolo spada (sword). La lingua, se troppo semplificata, può rimandare a quell’antico mondo primitivo di lotte e di crudeltà. Se chi vorrebbe semplificare la discussione finisce per banalizzarla non aiuta a dare al popolo gli argomenti: chi banalizza perde l’essenza degli argomenti, chi semplifica invece cerca di limitare il superfluo. Ma è sempre e solo una questione di parole. Di linguaggio. E per dirla con Freud: siamo schiavi di ciò che diciamo e padroni solo di ciò che taciamo. E in questi anni urlati e sguaiati è rimasto davvero poco di cui essere padroni.

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