analisila crisi di governo

Conte nel fortino, tra ultimatum e trattative in extremis

Oggi si capirà se il governo Conte 2 è morto, se può sopravvivere indenne anche all'uscita di Italia Viva o se invece può nascere un Conte ter con un programma aggiornato e una nuova squadra

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(Ansa)

Oggi si capirà se il governo Conte 2 è morto, se può sopravvivere indenne anche all'uscita di Italia Viva o se invece può nascere un Conte ter con un programma aggiornato e una nuova squadra


4' di lettura

Giorno della verità o giorno della marmotta? Da qui alle 17.30, quando Matteo Renzi terrà l'annunciata conferenza stampa con le ministre Bellanova e Bonetti, si capirà se il governo Conte 2 è morto, se può sopravvivere indenne anche all'uscita di Italia Viva o se invece può nascere un Conte ter con la stessa maggioranza, ma un programma aggiornato e una nuova squadra.

Le carte sono ancora coperte

Al Consiglio dei ministri di ieri sera l'astensione delle ministre renziane sul Recovery Plan, motivata con il rifiuto di accedere alla linea di credito pandemica del Mes, è suonata come il preambolo di una decisione già presa. Ma nessuno, né Conte né Renzi, ha finora giocato a carte scoperte. Il premier ha continuato a negare di essere a caccia di responsabili al Senato per creare un proprio gruppo parlamentare, ma che i pontieri siano al lavoro è un fatto incontestabile.

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Lo spiraglio e il pressing di Zingaretti

L'ultimatum lanciato a Renzi martedì mattina - «Se si assumerà la responsabilità di una crisi di Governo in piena pandemia, per il presidente Conte sarà impossibile rifare un nuovo Esecutivo con il sostegno di Italia Viva» - ha avuto l'effetto di irritare molto anche il Pd di Nicola Zingaretti ed è suonato come una prova di forza, la conferma della convinzione del premier di avere i numeri per andare avanti comunque, con o senza Iv. Ma dietro quelle parole uno spiraglio c’è, a cui si aggrappano soprattutto i dem che da stamane - dal segretario Nicola Zingaretti al ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola - non hanno fatto che richiamare al «dialogo» in nome «del buon senso, del bene comune e della buona politica».

L’appello di Grillo al «patto tra partiti»
Nel caos non poteva mancare un intervento di Beppe Grillo, definito ambiguo anche in casa Cinque Stelle. Il garante, finora defilatissimo sebbene sia stato sempre il principale sponsor di Conte, ha condiviso una lettera aperta del deputato Giorgio Trizzino che invoca un «patto tra partiti» di maggioranza e opposizione per «diventare costruttori». Trizzino è palermitano come il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e si ispira proprio alle parole del capo dello Stato che nel discorso di fine anno aveva detto: «Questo è il tempo dei costruttori». Il post ha come al solito suscitato interpretazioni e polemiche, perché qualcuno ci ha letto un invito a un governo di unità nazionale. In realtà i “pompieri” del Movimento tagliano corto: «Il pensiero di Grillo è chiaro: basta liti, questa maggioranza va salvata».

La resistenza sulle dimissioni

Al di là del pressing per evitare uno showdown, la domanda che tutti si pongono è una: l’arrocco quasi ostentato del premier è reale o è un bluff, l'ennesimo di questa strana crisi nel mezzo di una pandemia e di un dramma economico senza precedenti? Il punto sul quale il premier prova e proverà a resistere fino alla fine sono le dimissioni: non vuole rassegnarle, non si fida. Per questo l'ipotesi di un Conte ter è appesa a un filo sottile: la possibilità di trovare la quadra su una nuova lista di ministri nelle prossime ore per consentire al premier, se crisi deve essere, di salire al Colle con un'intesa solida già in tasca.

La trattativa sul rimpasto

A Palazzo Chigi si conta di poter guadagnare almeno altre 48 ore dal capo dello Stato Sergio Mattarella, da qui al nuovo Cdm di giovedì che deve approvare la richiesta di nuovo scostamento di bilancio, indispensabile per il varo del quinto decreto Ristori da circa 24 miliardi. Un tempo prezioso per provare a tirare fuori dal cilindro un incastro che soddisfi entrambi i contendenti: due nuovi ministeri per Renzi (si parla dell'Interno per Ettore Rosato e dei Trasporti o del Lavoro per Maria Elena Boschi), un patto di legislatura in pochi punti che possa consentire al leader di Italia Viva di rivendicare vittorie anche sui temi (magari la promessa della riforma del Titolo V e del bicameralismo perfetto). Con compensazioni adeguate per il Pd, che punta per il grande mediatore Goffredo Bettini alla poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio al posto del pentastellato Riccardi Fraccaro. La delega ai Servizi segreti, invece, potrebbe essere ceduta dal premier al fidato senatore M5S Mario Turco, che è già a Palazzo Chigi con delega al Dipartimento della programmazione economica e degli investimenti pubblici.

La rete del premier

Chi sono gli alleati di Conte in questo momento delicato? Una fetta consistente del M5S, sicuramente: dal reggente Vito Crimi ai ministri Stefano Patuanelli e Federico D'Incà, oltre a una serie di ex grillini in Parlamento che potrebbero rientrare nel nuovo gruppo di cui si vocifera sotto l'egida del Maie. Là è particolarmente attivo nello scouting l'ex azzurro Raffaele Fantetti, fondatore di Italia23, una sorta di think tank con l'ambizione di diventare la garanzia del prosieguo della legislatura fino al 2023. La responsabilità, appunto. Quella già annunciata dalla moglie di Clemente Mastella, Sandra Lonardo. Quella ammessa a mezza bocca dalla senatrice Udc Paola Bonetti. Da Forza Italia, per ora, invece si resiste alle sirene.

Il rischio della conta

Se Conte provasse a scegliere la strada della conta in Aula senza dimettersi ha ben presente il rischio: senza voti sufficienti (almeno 158 in Senato) e un gruppo di moderati in suo sostegno sarebbe “bruciato”. È anche per questo che, nonostante gli irrigidimenti, ancora si tratta per una crisi pilotata e rapida che sfoci in un Conte ter sostenuto dagli stessi partiti dell’attuale maggioranza. Ed è sempre per questo che un ministro molto solido assicura: «Vedrete che entro il fine settimana avremo la lista dei nuovi ministri». Su un solo punto nessuno avanza dubbi: al voto non si andrà, è soltanto l’“arma fine di mondo” minacciata per spaventare chi sa che non avrebbe alcuna chance di tornare in Parlamento.


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