la crisi politica

Conte si dimette e tenta il ter (senza chiudere la porta a Renzi)

Conte ha comunicato prima al Cdm e poi al presidente della Repubblica le proprie dimissioni. E adesso si apre la fase più rischiosa

di Emilia Patta e Manuela Perrone

Conte vicino alle dimissioni: da "l'avvocato del popolo" alle liti in Senato

4' di lettura

Alla fine Giuseppe Conte si è deciso al passo che ha sempre voluto evitare: martedì mattina ha comunicato al Consiglio dei ministri l’intenzione di dimettersi e subito dopo è salito al Colle per rimettere l’incarico nelle mani del presidente della Repubblica. Il Conte bis è arrivato al capolinea. E adesso si apre la fase più rischiosa.

La ricerca della “quarta gamba”

Il premier scommette sulla possibilità di un “ter” che non lo costringa a dipendere dal “sì” di Matteo Renzi. Per tutta la giornata di lunedì si è speso personalmente per la trattativa con i centristi, proseguita nella notte con la carta dell’annuncio delle dimissioni calata sul tavolo. D’altronde erano stati proprio loro, attraverso Bruno Tabacci e Paola Binetti, a chiedere al premier garanzie e discontinuità come precondizione per permettere ai “costruttori” di palesarsi. Il pallottoliere di Palazzo Chigi lunedì sera registrava cinque-sei senatori azzurri disponibili a entrare nel nuovo gruppo parlamentare che dovrebbe diventare la base della “quarta gamba” (si fanno i nomi tra gli altri di Luigi Vitali, Franco Dal Mas, Anna Carmela Minuto).

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Il corteggiamento di “totiani” e Udc

Si guarda inoltre con attenzione ai tre totiani di Cambiamo! - contattati soprattutto da pontieri del Pd - Gaetano Quagliariello, Paolo Romani e Massimo Berutti. Che per il momento, però, stanno alla finestra. Infine c’è l’Udc, il cui simbolo è particolarmente corteggiato per permettere la formazione del gruppo a Palazzo Madama: oltre a Binetti, si confida in Antonio Saccone. Ma è comunque una costruzione in fieri, perché la quadra non è ancora stata trovata e i numeri rimangono risicati. È il motivo per cui dal leader di Italia Viva trapela una certa soddisfazione. «Alla fine abbiamo vinto noi», dice Renzi ai suoi. «È il passaggio che gli avevamo chiesto e che aveva rifiutato di fare». Un modo per confermare la disponibilità a entrare nel nuovo governo senza veti personali, nella convinzione che i senatori renziani si dimostreranno ancora essenziali.

Governo di «salvezza nazionale»

L’urgenza di Conte, d’altra parte, non è più quella di chiudere del tutto la porta a Renzi: se dal Presidente Sergio Mattarella arriverà la richiesta di disegnare una maggioranza solida, a partire da quella del Conte bis e di chiara impronta europeista, il premier non potrà sottrarsi. È in fondo la stessa posizione del Pd, che ieri ha tenuto un consiglio di guerra con tutti i ministri e il segretario. «Siamo con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista - ha dichiarato Nicola Zingaretti al termine della riunione - e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità». Da Largo del Nazareno ci tengono a sottolineare l’importanza di un coinvolgimento di Iv nel nuovo esecutivo in cui però Renzi non abbia più la golden share e che viene descritto non più come un Conte ter ma come un governo «di salvezza nazionale».

Anche lo stato maggiore del M5S, a partire da Luigi Di Maio, si è stretto intorno a Conte. «Siamo la colonna portante di questa legislatura», ha avvisato il reggente Vito Crimi. «Il passaggio per il cosiddetto Conte ter è ormai inevitabile ed è l’unico sbocco di questa crisi scellerata, un passaggio necessario all’allargamento della maggioranza», hanno commentato i capigruppo Davide Crippa ed Ettore Licheri.

Ma da oggi tutte le strade restano aperte. Conte non salirà al Quirinale con una lista dei ministri già pronta, come aveva sperato di poter fare. Sarà dunque nelle consultazioni che prenderà forma il possibile nuovo esecutivo. Consultazioni che non dovrebbero cominciare prima di mercoledì pomeriggio, vista la cerimonia del 27 mattina per la Giornata della memoria. Salta naturalmente il temuto voto in Parlamento sulla relazione sullo stato della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Uno dei ministri che potrebbero essere “sacrificati” per imprimere alla nuova maggioranza una direzione più garantista, come invocano i moderati dati in arrivo dall’area di Fi.

Secondo il costituzionalista e deputato del Pd Stefano Ceccanti si possono ora ipotizzare tre scenari. «Il primo è che il presidente del Consiglio uscente possa dimostrare agevolmente di avere una maggioranza operativa in entrambe le Camere. In tal caso dovrebbe avere un reincarico a breve». Il secondo, opposto, è che palesemente non abbia i numeri: in tal caso è da attendersi una gestione più lenta e non facilmente prevedibile in termini di possibili incarichi. Una terza via, intermedia, potrebbe prefigurare una maggioranza intorno a Conte «non del tutto convincente» e dunque sostanziarsi in un pre-incarico.

E se Conte dovesse fallire? Nei conciliaboli tra pentastellati e democratici ovviamente già se ne parla. Continuano a circolare soluzioni politiche quali Dario Franceschini o Lorenzo Guerini per il Pd e Luigi Di Maio per il M5s. Ma è proprio un big del Movimento a far notare che «l’alternativa non potrebbe essere né un premier dem né Cinque Stelle». Se tutto dovesse precipitare i nomi sulla bocca dei parlamentari della maggioranza sono due: la presidente emerita della Consulta Marta Cartabia e l’ex presidente Istat Enrico Giovannini. Fermo restando che sarà il Capo dello Stato a decidere su eventuali mandati esplorativi a personalità istituzionali.

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