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Conte, Salvini, Di Maio e i rischi del “possibilismo” di governo

Dopo le elezioni europee del 26 maggio i rapporti di forza all'interno del Governo si sono ribaltati: grande vittoria della Lega e forte discesa dei Cinque Stelle. Da qui una serie di tensioni su tutti i fronti caldi: tasse, autonomie, immigrazione, Tav, sicurezza per citarne le principali

di Guido Gentili


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3' di lettura

Giuseppe Conte presidente del Consiglio dei ministri, Luigi Di Maio vicepresidente e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Matteo Salvini vicepresidente e ministro degli Interni. E' l'attacco a tre punte del governo Mov5Stelle-Lega entrato in campo a seguito dalle elezioni politiche del 2018. Quarta punta arretrata (ma decisiva come si è visto per evitare al momento la procedura d'infrazione europea) il ministro dell'Economia Giovanni Tria, tecnico e non parlamentare al pari del premier Conte, avvocato e garante (espresso “in quota” grillina vista la grande vittoria del 2018) dell'inedito contratto di governo sottoscritto da Cinque Stelle e Lega.

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Dopo le elezioni europee del 26 maggio i rapporti di forza all'interno del Governo si sono ribaltati: grande vittoria della Lega e forte discesa dei Cinque Stelle. Da qui una serie di tensioni su tutti i fronti caldi: tasse, autonomie, immigrazione, Tav, sicurezza per citarne le principali. I numeri in Parlamento restano però quelli del 2018, che oggi appaiono invecchiatissimi e non più specchio del potere politico reale. La data ultima per andare al voto anticipato sarebbe il 19 luglio, ma fin qui sia Di Maio (comprensibilmente) sia Salvini ripetono che vogliono continuare a governare insieme.
Il premier Conte cerca di mediare smussando gli angoli più acuti e soffre in questa fase l'allargamento di Salvini, cui fa fronte lo stop and go di Di Maio, anche lui in difficoltà. Insomma, una governance proprio difficile. Per cui navigazione a vista, molta propaganda, astuzie di giornata (al cdm che ha approvato la correzione dei conti 2019 e l'impegno a ridurre il debito per il 2020 non erano presenti né Di Maio né Salvini).
Il leader della Lega ha convocato per il 15 luglio un vertice al ministero con le parti sociali per discutere di tasse e economia. Conte, irritato, ha convocato un vertice sull'immigrazione. Salvini avrebbe risposto che è il “vicepremier vicario”. Lo spettacolo non è propriamente esaltante.
Ma non è questo l'aspetto, molto mediatico, più preoccupante. Spenti i fari dello scontro sui social, vaporizzate le parole grosse contro l'Europa che si ribalta in un batter d'occhio, ecco le proroghe, i rinvii, i mezzi passi avanti o indietro. E un “possibilismo” elastico all'infinito, per cui le riforme (autonomia regionale e flat tax, per esempio) sono di fatto parzialmente intercambiabili tra loro e oggetto di partite politiche più ampie nella competizione tra i due vicepremier su cui vigila, con alterne fortune, il presidente del Consiglio.

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Esemplare il caso delle tasse. Non ci sono i soldi per la Flat tax (tuttora un pianeta abbastanza sconosciuto) fortemente voluta da Salvini mentre Di Maio punta di più sul taglio del cuneo fiscale sul lavoro (come auspicano anche le parti sociali) ? Problema risolto, si fa un mix, avrebbe detto Salvini. E con quali risorse, visto che sia Cinque Stelle che Lega non vogliono gli aumenti dell'Iva, per cui occorre già trovare 23 miliardi? Il “possibilismo” non ammette vincoli e coerenze programmatiche. Ma la quarta punta arretrata, cioè il ministro Tria, sostiene che le riforme non si fanno in deficit e che (come da storica posizione dell'Europa) sarebbero semmai preferibili più tasse sulle cose e meno tasse sulle persone.
Il rischio di grandi pasticci è assai alto.

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