ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùVerso la legge di bilancio

Conti pubblici, dalle pensioni agli sconti sull’energia: parte la caccia a 25 miliardi

I programmi elettorali promettono di tutto, ma la legge di bilancio, primo impegno del prossimo governo, si annuncia complicata. Si parte con una ipoteca da 25 miliardi per spese obbligate su pensioni, cuneo, energia e statali

di Gianni Trovati

Manovra, Pnrr, le scadenze per il nuovo governo

3' di lettura

Non è per spegnere l’entusiasmo che gronda dai programmi elettorali di questi giorni, pieni di tasse che scendono, pensioni che salgono, imposte che scompaiono su alimentari ed energia e quattordicesime che spuntano a carico dello Stato nelle buste paga. Ma occorre ricordare che la legge di bilancio del prossimo autunno, primo impegno del governo che uscirà dalle urne, dovrà fare i conti con un contesto economico complicato: che presenta un’ipoteca sui conti da almeno 25 miliardi, fatta di misure obbligatorie o quasi, mentre la frenata della crescita prevista da tutti restringe di un’altra quindicina di miliardi gli spazi di manovra di partenza.

Il macigno dell’inflazione

Il macigno che sta rotolando sui conti pubblici è prodotto dall’inflazione, sia quella già registrata sia quella che ancora ci sarà il prossimo anno, dissolte le ipotesi iniziali di una fiammata transitoria. In quest’ottica conforta poco il primo segnale di raffreddamento negli Usa, dove la corsa dei prezzi è spinta dall’intensità della domanda di beni e servizi e non dall’affanno dell’offerta come da noi.

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Il peso dell’indicizzazione delle pensioni

Il primo problema, in ogni caso, è dato dall’inflazione che c’è già stata. Che impone prima di tutto l’indicizzazione delle pensioni, su cui il decreto Aiuti-bis è intervenuto ma con un anticipo in formato mini, un miliardo di euro in tutto. Una parte di questa spesa aggiuntiva è già scontata dai tendenziali di finanza pubblica, perché il Def di aprile calcolava per quest’anno un’inflazione al consumo nell’ordine del 5,8%. A luglio però l’Istat ha calcolato un tasso del 7,9%, quindi più alto di oltre un terzo rispetto al dato del Def. Con un ritmo del genere, la rivalutazione potrebbe costare fino a 6 miliardi in più del previsto: spesa obbligata, a meno di voler negare per legge l’indicizzazione.

Nuovo contratto degli statali da quasi 10 miliardi

Il carovita moltiplica anche le risorse per il rinnovo del contratto degli statali. Le intese siglate in questi mesi riguardano il 2019/21, e per i comparti finanziati dallo Stato (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici e scuola) producono una spesa di 3,78 miliardi all’anno. Con l’indice dei prezzi al consumo indicato dal Def, che comunque andrà aggiornato al rialzo in autunno, il nuovo contratto costerebbe allo Stato poco meno di 10 miliardi. E per il momento i conti pubblici prevedono solo 500 milioni all’anno. Il ritardo nei contratti degli statali è abituale, per cui si può decidere di non finanziare l’intero rinnovo nella prossima manovra, aspettando l’ultimo anno del triennio per poi arrivare ai rinnovi quando il periodo di riferimento è ormai scaduto. Ma anche coprendo per ora solo metà dei costi, come accaduto in passato, servono circa 5 miliardi.

Per confermare taglio cuneo servono 4,5 mld su base annua

Non è obbligatorio nemmeno confermare il taglio del cuneo fiscale effettuato in due riprese dal governo Draghi. Ma non farlo significherebbe ridurre dal 1° gennaio di una cifra fino a 220 euro il reddito dei lavoratori dipendenti, e andare in senso contrario alle promesse elettorali. La replica dello sconto contributivo del 2% per i redditi fino a 35mila euro costa su base annua 4,5 miliardi.

Il capitolo costi delle bollette energetiche

La mancata replica delle misure assunte in questi mesi dal governo produrrebbe dal 1° gennaio poi un’impennata ai costi delle bollette energetiche per famiglie e imprese. Anche in questo caso il peso può essere ridotto evitando di affrontare tutto l’anno, e agendo per trimestri come si è fatto fin qui. Ma la replica degli interventi per i primi tre mesi 2023 costa oltre 8 miliardi, senza contare che il taglio alle accise su benzina e gasolio e i crediti d’imposta sugli acquisti di energia elettrica e gas delle imprese sono scoperti anche per l’ultima parte di quest’anno.

Spese «indifferibili» in crescita

Il conto non può poi trascurare le solite «spese indifferibili». Per ora si può ipotizzare una quota minima da 1-2 miliardi, ma la cifra promette di salire per le spese militari connesse agli aiuti all’Ucraina (che quasi tutti i partiti maggiori dicono di voler garantire) e agli impegni Nato.

Per l’anno prossimo prevista una crescita reale sotto l’1%

Come garantire tutto questo? Fin qui si è potuto contare su entrate fiscali più ricche del previsto grazie al fatto che l’inflazione non ha finora fermato la crescita. Ma per l’anno prossimo l’aumento del Pil reale del 2,3% scritto nei tendenziali del Def sembra irraggiungibile. Il Fondo monetario ipotizza un +0,7%, l’Ufficio parlamentare di bilancio un +0,9% a patto che non ci siano inciampi nell’attuazione del Pnrr. Della nuova stima ufficiale si occuperà il governo Draghi nella Nadef: un allineamento alla stima Upb, l’Autorità che valida le previsioni macroeconomiche dell’esecutivo, significherebbe 1,4 punti di crescita meno del previsto, cioè un deficit di partenza di 0,8 punti più alto: tradotto in euro si tratta di 15 miliardi di spazi di partenza in meno, al netto dell’aumento dei costi del debito.

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