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Conti pubblici, sull’intesa con la Ue pesa ancora l’incognita flat tax

di Gianni Trovati


Ue, Conte: Italia eviterà la procedura perchè ha conti in ordine

3' di lettura

Le chance di evitare la procedura d’infrazione si giocano sulla forma e sulla sostanza degli impegni che l’Italia prenderà sui conti 2020. Il premier Conte e il ministro dell’Economia Tria tornano dal G20 di Osaka con le valigie piene di ottimismo. A Roma, però, li ha attesi l’incognita flat tax ancora da risolvere. Incognita che per ora è tutta politica. Come politica, più che tecnica, sarà la decisione della commissione attesa martedì 2 luglio.

«Mi aspetto un giudizio positivo», ha assicurato Tria dal Giappone confidando sul fatto che «una politica di bilancio molto oculata e molto prudente corrisponda» alle richieste sollevate dalle regole Ue. La fiducia del titolare dei conti si basa «su quello che si sta facendo quest’anno e sugli impegni del prossimo anno». Ma proprio su quest’ultimo aspetto ci pensa Giancarlo Giorgetti a mettere in fila i termini di una questione che per il sottosegretario leghista a Palazzo Chigi ha bisogno di un «chiarimento inevitabile» nel governo. «Conte, Di Maio e Salvini - chiede Giorgetti intervistato da Maria Latella su SkyTg24 - si guardino nelle palle degli occhi e dicano in modo inequivocabile se si vuole fare la Flat Tax sì o no». Certo che sì, risponde alla stessa domanda Conte da Osaka, spiegando di essere «ambiziosissimo» e quindi di intendere «la Flat Tax non solo come rimodulazione delle aliquote ma come riforma fiscale complessiva».

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Fino a che si resta sul terreno delle ambizioni e degli impegni, la politica economica può sfruttare un certo grado di elasticità, difficile però da mantenere quando deve trasformarsi in articoli e commi. E dal canto loro Conte e Tria hanno già indicato una rotta che va incontro alle richieste dei partner europei. Il premier, nella lettera spedita a Bruxelles dieci giorni fa, ha parlato di un miglioramento ulteriore di due decimali nel saldo strutturale 2020, dopo che l’aumento delle entrate e le minori spese per reddito di cittadinanza e quota 100 dovrebbero compensare almeno in parte lo sforamento 2018. E lo stesso obiettivo si legge nelle tabelle del Def di aprile quando Tria aveva chiesto e ottenuto la condivisione di Lega e Cinque Stelle su un programma di riduzione di tre decimali nel deficit nominale (dal 2,4% al 2,1% nei calcoli di un mese e mezzo fa, mentre ora si partirebbe dal 2,1-2% di quest’anno).

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Sempre nel Def si parla di «processo di riforma delle imposte sui redditi (“Flat Tax”)» che deve viaggiare «nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica definiti in questo documento». Obiettivi blindati da aumenti Iva per 23,1 miliardi che attendono «misure alternative» equivalenti per essere evitati. La stessa strada tornerebbe nel dossier che accompagnerà l’assestamento di bilancio atteso domani in consiglio dei ministri. Sempre che dalla maggioranza arrivi quel via libera che finora è mancato. Perché anche sulla bilancia del Carroccio si confrontano due fattori: lo stop alla procedura potrebbe aprire alla possibilità di ridiscutere in autunno gli spazi fiscali indispensabili al primo modulo della tassa piatta, ma per evitare la bocciatura Ue non si può ipotecare a suon di impegni la manovra 2020. Di qui il pressing leghista per anticiparne i contenuti fiscali, ribadito anche ieri da Salvini: «Spero che la manovra sia approvata prima dell’autunno».

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A tirare le fila dovrà essere il cdm del 1° luglio, al ritorno di Conte dal Consiglio europeo e poche ore prima della riunione della commissione. Che in ogni caso fisserà all’autunno il nuovo appuntamento decisivo. Non per un rinvio («ipotesi mai sentita», ha detto ieri Tria), ma perché l’eventuale procedura darebbe non tre ma sei mesi di tempo per le misure correttive, da assumere quindi in manovra (Sole 24 Ore del 25 giugno). E anche il semaforo verde riporterebbe l’Italia sotto esame a settembre con la presentazione del programma di bilancio.

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