economia

Conti pubblici, vale 20 miliardi l’eredità lasciata da Tria a Gualtieri

Può valere fino a 20 miliardi, grazie alla correzione di luglio ( con effetti su deficit e calo degli interessi sui titoli di Stato) l’eredità che lascia Tria al neotitolare del Mef

di M. Rogari e G. Trovati


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4' di lettura

«Con quello che abbiamo fatto abbiamo riconquistato la fiducia dei mercati, trasmettiamo al nuovo governo l’eredità di una gestione prudente». Giovanni Tria si congeda dal ministero dell’Economia con queste parole, che richiamano prima di tutto gli effetti della correzione di luglio: effetti diretti sul deficit, e indiretti sulla discesa degli interessi sui titoli di Stato avviata prima del cambio di governo. Due mosse che insieme agli accordi a Bruxelles sugli obiettivi 2020 gli sono valse l’ostilità del Carroccio, ma che addolciscono parecchio la salita del nuovo governo verso la prossima legge di bilancio.

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In cifre, l’«eredità» di Tria al neo titolare dei conti pubblici Roberto Gualtieri può valere fino a 20 miliardi di euro. In parte già inglobati dai tendenziali di finanza pubblica, in parte sotto forma di semilavorati tecnici su cui ora servono decisioni politiche.

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Del primo gruppo fanno parte appunto le ricadute dell’aggiustamento da 8,2 miliardi strutturali con cui a luglio Tria e Conte hanno evitato per la seconda volta in pochi mesi la procedura d’infrazione per debito eccessivo. Il meccanismo che blinda le minori spese per reddito di cittadinanza e quota 100, ufficializzato dal decreto salvaconti che ha accompagnato la correzione, nel 2020 potrebbe portare fino a 5-6 miliardi di euro. La platea dei prepensionamenti, ridotta rispetto alle stime iniziali, assorbirebbe l’anno prossimo circa 3,5 miliardi meno di quanto stanziato (8,3), e il resto arriverebbe dalla minor diffusione del reddito di cittadinanza.

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Ma la correzione si esercita anche sul lato delle entrate. Qui i protagonisti sono fattura e scontrino elettronico: a crearli è stato il governo Renzi, ma l’avvio operativo è avvenuto nel 2018 respingendo le tentazioni di rinvio che serpeggiavano nella maggioranza gialloverde. I flussi degli ultimi mesi dicono che a questi ritmi il prossimo anno le entrate potrebbero essere superiori al previsto per 2 miliardi. E nel Pd si studiano possibili estensioni dei due strumenti, alla voce «lotta all’evasione» richiamata dal programma giallo-rosso.

Fin qui i 7-8 miliardi girati direttamente da Tria a Gualtieri. Ma c’è altro. La correzione di luglio ha avviato la discesa dei rendimenti, e con lo stop Ue alla procedura lo spread si è sgonfiato di quasi 100 punti rispetto agli ultimi picchi di maggio. Il cambio di governo ha accelerato la discesa, con il Btp a 10 anni che ora rende lo 0,9% contro il 2,6% di due mesi fa. La nuova maggioranza comincia a raccogliere le benedizioni anche dalle agenzie di rating: ieri è arrivata quella di Fitch, secondo cui l’uscita della Lega dalla maggioranza «riduce il rischio di una contrapposizione con la Ue», anche se «non fornisce ancora piena chiarezza su importanti scelte di politica fiscale ed economica». In ogni caso questi tassi, se rimarranno stabili nelle prossime settimane, cruciali per i calcoli della Nota di aggiornamento al Def, si potranno tradurre nel preventivo in una spesa per interessi di 2-3 miliardi meno rispetto a quella prodotta dai vecchi livelli. Dipenderà anche dai giudizi internazionali: il primo, targato Moody’s, è atteso per questa sera.

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A Via XX Settembre però si era iniziato a costruire le basi per la manovra d’autunno, e proprio qui è saltato il fragile equilibrio gialloverde. In questo caso si tratta di dossier tecnici, che ora attendono le valutazioni del nuovo esecutivo. Non tutto, ovviamente, finirà in legge di bilancio. Ma alcune mosse potrebbero tornare utili.

La spending review, prima di tutto, che dopo le prove zoppicanti di quest’anno ritenta la strada dell’attuazione. Tria aveva fissato un obiettivo intorno ai 5 miliardi. Ambizioso, più del doppio dei due miliardi indicati nel Def di aprile. E la stessa ambizione torna nell’altro target, più o meno equivalente, assegnato al riordino delle tax expenditures, con due strade possibili: cancellazioni selettive e tagli lineari. Al primo capitolo rimanda per esempio il taglio dei bonus alle attività inquinanti, su cui hanno insistito in particolare i Cinque Stelle. L’esperienza insegna che il passaggio dalla teoria alla pratica riduce, e nelle tax expenditures in genere azzera, la spinta tecnica iniziale. Spending e riordino degli sconti fiscali tornano nel programma giallorosso. Ma la partita è ancora tutta da giocare.

L’eredità della correzione di luglio facilita il successo della prossima richiesta italiana di flessibilità. Ora potrà contare sull’alleanza fra l’«europeo» Gualtieri e il prossimo commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni. Ma a incidere sarà anche il fatto che nei tendenziali la Nota di aggiornamento potrà vantare un deficit 2020 intorno all’1,6% contro il 2,1% concordato ad aprile: si tratta, in euro, di quasi dieci miliardi in meno.

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