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Conti superiori alle attese per Ubi, Lucchini esce dal patto e apre a Intesa

Utili su del 12% a 94 milioni su ricavi stabili nel trimestre, continua il calo degli Npl - L’imprenditore si sfila dal sindacato bresciano per contrasti con il vertice

di Carlo Festa e Matteo Meneghello

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(IMAGOECONOMICA)

Utili su del 12% a 94 milioni su ricavi stabili nel trimestre, continua il calo degli Npl - L’imprenditore si sfila dal sindacato bresciano per contrasti con il vertice


4' di lettura

I conti di Ubi resistono alla pandemia, chiudono i primi tre mesi con un utile superiore alle attese degli analisti, mentre continuano i movimenti degli attori in campo in vista della pubblicazione del prospetto dell’Ops di Intesa Sanpaolo: Giuseppe Lucchini si è sfilato dal patto bresciano di Ubi.

L’istituto intanto continua a mostrare conti in crescita e una buona solidità patrimoniale. Malgrado la pandemia in corso, i target dei primi tre mesi sono stati superati: il primo trimestre ha evidenziato un utile netto di 93,6 milioni, in crescita del 12,1% rispetto allo stesso periodo del 2019. I proventi operativi si sono attestati a 913,6 milioni (-0,8%), con margine di interesse a 405,2 milioni (-9,1%) e commissioni nette a 420,5 milioni (+4,9%). Sale del 43,2% a 53,6 milioni il risultato netto dell'attività di negoziazione. Gli oneri operativi sono diminuiti dell'1,6% a 593,6 milioni, per un rapporto cost/income sceso al 64,9%.

Gli altri due parametri da analizzare sono la solidità patrimoniale e la pulizia del bilancio dai crediti deteriorati. Sul primo versante l'indicatore Cet1 fully load è aumentato in tre mesi di 57 punti base, salendo al 12,86% e il total capital ratio di 122 punti base, al 17,05%. Sul secondo fronte i crediti deteriorati lordi sono scesi ulteriormente del 2,4%, grazie esclusivamente alla gestione interna, attestandosi al 7,5% dei crediti lordi. Il dato scende al 6,7% su base pro-forma se si tiene conto della cessione di un portafoglio di circa 800 milioni di sofferenze che dovrebbe essere finalizzato nei prossimi mesi. Inoltre è migliorata anche la qualità del credit performing.

Non cambiano invece i piani, al momento, e non viene annunciata la riduzione della cedola. Massiah, inoltre, non ha voluto definire “superati” gli obiettivi del piano presentato pochi mesi fa, come fatto ieri invece da Banco Bpm. «Prima torniamo alla normalità, minore sarà l’impatto sui target al 2022 - ha detto -. Oggi è troppo presto, il prossimo trimestre ci potrà dare maggiore visibilità. Non dimenticate che abbiamo un sacco un di tesori nascosti che ci possono permettere di raggiungere gli obiettivi che abbiamo in mente».

Insomma, la strategia annunciata appare ancora stand-alone . «Qualcuno dice - spiega Massiah - che è la dimensione a essere determinante ma l’insegnamento delle precedenti crisi è che ci sono state banche molto grandi che hanno fatto molto bene e altre di analoga dimensione che hanno fatto molto male, come pure banche medie e piccole che hanno fatto bene e altre che hanno fatto male. Ciò che conta non è la dimensione in assoluto, ma la capacità di saper gestire il credito nei momenti di grande difficoltà».

La mossa di Lucchini

Proprio ieri è si è registrata la prima crepa nel muro dei pattisti bresciani di Ubi Banca - che fino a oggi non erano venuti allo scoperto sulla proposta -, e viene da Giuseppe Lucchini. L’imprenditore è uscito dal Sindacato azionisti di Brescia, patto nel quale, insieme alla famiglia, aveva aderito con circa l’1% delle azioni della banca.

«Qualche giorno fa - conferma a Il Sole 24 Ore il titolare della Lucchini RS di Lovere - ho firmato la formale disdetta». Le ragioni della scelta vanno cercate nella strategia da adottare con la proposta di Intesa Sanpaolo. «Semplicemente - conferma Lucchini - non sono d’accordo su come il presidente del Sindacato sta gestendo questa delicata fase. Non si tratta ovviamente di un problema - spiega - legato al mio ruolo di socio dell’istituto». Per non lasciare spazio a dubbi a questo proposito, aggiunge: «Praticamente io ma anche tutti i miei colleghi imprenditori deteniamo queste partecipazioni con precise finalità e obiettivi. Nessuno di noi - spiega - ha desiderio o necessità di avere a disposizione poltrone o incarichi in banca, ma di avere una proposta che sia il più vicino possibile alle nostre aspettative di medio termine». Per quanto riguarda la proposta di Intesa Sanpaolo, Lucchini afferma di ritenerla «un ottimo punto di partenza. Andrebbe forse valutata e discussa con gli imprenditori più interessati - spiega - per farla diventare da ottimo starting point alla migliore in assoluto, tenuto conto anche del momento delicatissimo che tutti noi oggi stiamo vivendo».

La sensazione, almeno negli ambienti vicini a molte famiglie imprenditoriali bresciane, è che ci sia più di una divergenza rispetto alla linea ufficiale di rifiuto fino a oggi tenuta. Molti imprenditori di media o piccola dimensione, titolari di pacchetti di azioni contenuti, vedrebbero positivamente un’eventuale fusione con Intesa Sanpaolo. Altri invece preferirebbero una posizione stand alone, che però comporterebbe, di conseguenza, la disponibilità a sostenere operazioni di aggregazione, e quindi tempi lunghi.

Per ora, su questi temi, Ubi Banca si trincera dietro un no-comment. «Fino a quando l’offerta non sarà ufficiale, con la pubblicazione del prospetto di Intesa Sanpaolo, probabilmente in giugno, non possiamo dire niente» puntualizza Massiah. Ma nel frattempo continuano i rumors su possibili operazioni difensive: tanto che ieri è stata presentata dalla Lega un’interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro dell'Economia e pubblicata negli atti della Camera. Il riferimento è alle indiscrezioni secondo cui gli advisor finanziari di Ubi Banca (Goldman Sachs e Credit Suisse) e quelli legali (Bonelli Erede e Link Lakers) starebbero valutando l’ipotesi di una controfferta del gruppo francese Crédit Agricole rispetto all’offerta di Intesa Sanpaolo.

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