SANTA SEDE

Conti vaticani in rosso, il Papa taglia i costi

Conti pubblici papali in allarme: deficit di 70 milioni nel 2018. Pesa il calo dei trasferimenti dagli Usa. Metà della spesa per il personale

di Carlo Marroni


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Oltretevere. Il Vaticano studia le misure finanziarie necessarie per salvaguardare il futuro economico della Santa Sede

4' di lettura

È questo il periodo dell’anno in cui in Italia si mette a punto la legge di bilancio. Un gran lavoro tra palazzo Chigi e il Ministero dell’Economia. La novità a Roma è che la “manovra” sui conti pubblici quest’anno è in atto anche Oltretevere. Obiettivo: taglio dei costi. Già, perché aumentare i ricavi per decreto nello Stato papale è difficile, non essendoci un sistema di imposizione fiscale. Si tratta di un fatto inedito, perlomeno con queste modalità, nella storia delle finanze vaticane, che nei decenni recenti hanno registrato deficit, ma ma sempre entro limiti considerati fisiologici. Ma ora è emergenza. È stato il Papa già a maggio a scrivere una lettera dai toni molto netti al cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera ma soprattutto capo del Consiglio dell’Economia, l’organismo nato nel 2014 che ha funzioni di indirizzo e sorveglianza delle finanze pontificie. A Marx il Papa - come aveva rivelato anche il Wall Street Journal - ha detto di «studiare tutte le misure necessarie per salvaguardare il futuro economico della Santa Sede e garantire che entrino in vigore il più presto possibile». Le cifre che circolano sono allarmanti: un deficit della Santa Sede raddoppiato a 70 milioni di euro su un budget di circa 300 milioni. «Vi chiedo di studiare tutte le misure ritenute necessarie per salvaguardare il futuro economico della Santa Sede e per assicurare che siano messe in atto il prima possibile», ha detto il Papa al potente cardinale tedesco, chiedendogli inoltre di «informare i rispettivi capi sulla gravità della situazione» e di trovare rimedi immediati. Il cardinale ha così convocato una riunione straordinaria dei capi dipartimento del Vaticano il 20 settembre scorso per affrontare la questione e sollecitare misure restrittive.

Cifre ufficiali non escono dal 2015 - esercizio che generò un deficit tutto sommato modesto, 12,4 milioni - in pratica il primo anno della riforma delle finanze vaticane, con la nascita del Consiglio dell’Economia, della Segreteria dell’Economia - il “dicastero delle finanze” - e del Revisore Generale, una sorta di Corte dei Conti e anche Autorità Anticorruzione. Ma da tempo i vertici di Segreteria e Revisore sono vacanti: del primo per i guai giudiziari del cardinale australiano George Pell e del secondo per il dimissionamento di due anni fa del Revisore stesso, Libero Milone. Fatto sta che in autunno pare torni ad essere pubblicato il bilancio, che vede da sempre due voci distinte: la Santa Sede e il Governatorato. È la prima, che è il governo della Chiesa universale, a patire il deficit, mentre i conti del Governatorato, che è l’ente che “governa” appunto lo Stato dal 1929, sono in attivo (nel 2015 era stato di 59,9 milioni), grazie soprattutto ai Musei Vaticani, che attraggono ogni anno oltre 6 milioni di visitatori e rappresentano una delle principali voci di entrata. Joseph Zahra, vice coordinatore del Consiglio per l’economia aveva osservato che «quello che il Santo Padre dice è che abbiamo bisogno di un’amministrazione per essere autosufficienti». Insomma, servono misure a breve termine per ridurre il deficit, valutando allo stesso tempo i modi per migliorare i rendimenti delle attività finanziarie della Santa Sede - considerando che molti dicasteri hanno un loro portafoglio di investimenti, gestito autonomamente - e delle sue imponenti proprietà immobiliari, soprattutto a Roma.

Come si arrivati a questa situazione? Due i fattori. L’alto costo del lavoro che non è sceso e il calo delle entrate, soprattutto quelle relative ai trasferimenti da parte delle diocesi ricche di Usa (alle prese con i colossali risarcimenti alle vittime di abusi sessuali) di Germania. Inoltre anche gli investimenti dei dicasteri e dello Ior non rendono come qualche anno fa causa i bassi tassi di interesse. Insomma, meno introiti e spese che restano alte. La voce principale è quella relativa al personale, che assorbe quasi la metà del budget. I dipendenti sono circa 5mila, ma il Papa è stato chiaro: nessun licenziamento. Si procederà quindi con strumenti soft, come blocco del turn over e incentivi all’esodo, e in parallelo forse con l’alleggerimento del personale religioso, che sarà trasferito ad altri incarichi che non siano di Curia. Ma altre voci pesano ancora, come l’intervento di qualche anno fa per chiudere i buchi di bilancio di strutture sanitarie cattoliche (si ricordi l’Idi). La Segreteria dell’Economia, retta ad interim da monsignor Luigi Mistò, esperto prelato ambrosiano, sta lavorando sodo per ridurre i costi sugli acquisti tagliando gli appalti inutili, ma è un lavoro complesso dentro la Curia, dove ognuno è geloso del proprio orticello. Un esempio virtuoso è il dicastero della Comunicazione, ultimo nato in Curia - guidato dal prefetto Paolo Ruffini - che ha riunito sotto un’unica regìa, sia economica che editoriale, Radio Vaticana, Vatican News, Osservatore Romano, Tipografia Editrice Vaticana, Sala Stampa e Ctv: in tre anni di vita effettiva ha realizzato già forti risparmi ed economie di scala.

L’obiettivo quindi è riportare in equilibro la gestione ordinaria, senza intaccare le riserve, che sono cospicue, sia finanziare che immobiliari - gli immobili sono sotto la gestione dell’Apsa, presieduto dall’arcivescovo Nunzio Galantino e il cui segretario è monsignor Mauro Rivella - ma che hanno come scopo il sostengo dell’attività istituzionale, quindi la presenza della Santa Sede nel mondo, la conservazione degli edifici e dei tesori artistici e l’assistenza e beneficienza.

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