tassi invariati fra l'1,00 e l'1,25%

Continua la prudente strategia monetaria della Fed

di Riccardo Sorrentino

(AP Photo/Richard Drew)

2' di lettura

La normalizzazione inizierà «relativamente presto». Probabilmente a settembre. Non c’è altra novità di rilievo, nel comunicato della Federal reserve di luglio, se non la conferma che il programma annunciato a giugno e destinato lentamente a ridurre le dimensioni del bilancio - che ha raggiunto, dopo tre quantitative easing, i 4.500 miliardi di dollari - andrà avanti come previsto; e, insieme, che l’orientamento complessivo della politica monetaria non è cambiato.

Gli analisti non si aspettavano niente di diverso, ma i mercati - dopo l’audizione della presidente Janet Yellen al Congresso - avevano iniziato a scommettere, non senza qualche nervosismo, un cambiamento di strategia: un piccolo cambiamento, in quella occasione, nella sua diagnosi sull’andamento dell’inflazione, che resta deludente, era stato valutato come una maggior incertezza sulle proprie scelte e il preludio all’annuncio di nuove iniziative, in senso maggiormente espansivo.

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Il dollaro aveva quindi continuato a perdere terreno - una flessione a cui non sono estranee però le difficoltà della politica di Donald Trump - mentre i futures sui Fed Funds esprimono ora per l’ipotesi di un rialzo dei tassi entro dicembre una probabilità inferiore al 50%, contrariamente alle attese espresse dalla stessa Federal reserve.

Non diversamente è accaduto alla Bce: il discorso del presidente Mario Draghi, a fine giugno a Sintra, era stato erroneamente interpretato come l’annuncio di un irrigidimento della politica monetaria con l’effetto, in questo caso, di un rafforzamento dell’euro.

Come è avvenuto per la conferenza stampa della Bce di giovedì scorso, anche l’assenza di novità da parte della Federal reserve, che ha mantenuto tassi invariati tra l’1 e l’1,25%, può allora essere interpretata in questo senso: una novità anche lieve sarebbe stata probabilmente male interpretata dai mercati. Soprattutto se effettuata nel comunicato e non durante la conferenza stampa trimestrale, ora prevista a settembre: avrebbe trasmesso un senso di urgenza che l’attuale situazione economica non giustifica.

Nell’analisi della situazione economica, il comunicato ha affermato - con una leggera variazione rispetto a giugno che «l’aumento dei posti di lavoro è stato consistente, in media, dall’inizio dell’anno e la disoccupazione è calata». Se si considera la fiducia della Federal reserve nella «curva di Phillips», la quale fa prevedere un aumento dei prezzi in risposta a una riduzione del tasso di disoccupazione, si può concludere che la Fed non ritiene necessario alcun cambiamento nel suo orientamento di politica monetaria. Si può ovviamente e a ragione dubitare dell’esistenza di questa relazione - la stessa Yellen ha ammesso che la curva è relativamente «piatta» e quindi la risposta dei prezzi debole e lenta - ma questo è il modello di riferimento della Fed.

L’indicazione sulla forza del mercato del lavoro viene peraltro bilanciata da un’altra piccola variazione del testo: l’inflazione non è più «un po’ al di sotto» dell’obiettivo del 2%, come a giugno, ma semplicemente «al di sotto». Non è però necessariamente - come nota Michael Gapen di Barclays - un indizio a favore di una politica più espansiva.

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