IL CASO PFIZER

Continuare a credere nella ricerca di base

di Maurizio Bifulco

3' di lettura

La notizia che una delle più importanti big Pharma internazionali, la statunitense Pfizer, vuole interrompere le attività di ricerca diretta sui farmaci contro l’Alzheimer, uno dei mali più devastanti e oscuri della nostra società, non è certo incoraggiante.

Si tratta infatti di una malattia che colpisce milioni di persone, destinate purtroppo a triplicarsi entro il 2050. Dietro la scelta dell’azienda, la valutazione di come gli ingenti investimenti messi in campo finora nel settore dei farmaci per l’Alzheimer, così come per il Parkinson, non abbiano portato a ottenere risultati significativi. I tagli nel settore delle neuroscienze comporteranno il licenziamento o la ricollocazione di oltre 300 ricercatori, anche se l’azienda ha annunciato che non smetterà completamente la battaglia contro queste due malattie, e i fondi per ricerca e sviluppo sottratti all’Alzheimer saranno ricollocati verso programmi di indagine diversi. Di certo è una brutta notizia per tutti i malati di Alzheimer e le loro famiglie, ma anche per la scienza biomedica in generale. Purtroppo le ricerche su tali patologie, di cui non sono ancora ben chiari i meccanismi fisiopatologici, seppure portate avanti da colossi farmaceutici, sono per definizione ricerche ad alto rischio, in cui si investe tanto sia in termini economici che di personale, ma che non danno la sicurezza di un risultato, della messa a punto di un farmaco finale efficace. Questo è il limite della ricerca condotta dalle aziende farmaceutiche: non si può investire laddove non c’è, anche in previsione e a lungo termine, un ritorno economico.

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La soluzione sarebbe quella di rafforzare la ricerca di base, la ricerca pubblica che si fa nelle università, nei centri di ricerca e negli ospedali, che pur essendo a volte apparentemente lontana dall’applicabilità immediata e dal profitto, ha in campo biomedico, un profondo impatto sull’avanzamento delle conoscenze senza il quale non possono esserci “applicazione” e strategie terapeutiche adeguate e consistenti. Bisogna puntare sempre di più sulla ricerca di base. «Incrementare la ricerca di base e niente altro - ha detto lo scienziato Edoardo Boncinelli -. Contro ogni miopia e ogni atteggiamento degno di uno struzzo. Senza aver fretta, perché per certe cose non si può aver fretta. Pena il fallimento».

È imperativo quindi aumentare la consapevolezza pubblica dell’importanza della ricerca di base, nel nostro Paese (e non solo) sottofinanziata e relegata in secondo piano, consentendo attraverso l’alta formazione di nuovi ricercatori e il finanziamento di progetti innovativi e brillanti, anche ad altissimo rischio di insuccesso, di porre solide basi affinché un’azienda farmaceutica con i suoi investitori, possa poi subentrare fino allo sviluppo finale del farmaco. Ed è questa infatti forse la strategia vincente delle grandi aziende, come la Pfizer, che sostengono o mirano a sostenere, anche se indirettamente, la ricerca sulle malattie quali l’Alzheimer, in outsourcing, ovvero mediante affidamento a terzi, attraverso l’investimento in nuovi e promettenti progetti nel campo portati avanti da università, centri di ricerca e startup innovative con l’appoggio dei governi e delle fondazioni non profit.

In ogni caso questa notizia, è, per dirla ancora con il nostro Boncinelli, «un sintomo. Di stanchezza, di sfiducia e di una percezione negativa dell’andamento del mercato. Ricordando che le aziende farmaceutiche non sono agenzie di beneficienza, ma che hanno bisogno di un margine di guadagno in tempi ragionevoli per andare avanti, occorrerebbe chiedersi perché è stata presa (e divulgata) questa decisione». L’Alzheimer, insieme a tutte le malattie neurodegenerative, ancora secondo Boncinelli «non potranno che aumentare, considerando l’allungamento della vita media nelle nazioni come la nostra, ed esigeranno una tassa, di vite e di benessere, che non è chiaro se riusciremo a sostenere».

Bisogna però avere fiducia nella ricerca, perché ci sono stati negli ultimi anni molti progressi nelle conoscenze della malattia che purtroppo non si sono ancora tradotti in farmaci clinicamente utili, ma sono la base necessaria per lo sviluppo futuro di una terapia finalmente risolutoria. I presìdi farmacologici attualmente a disposizione dei pazienti sono solo farmaci sintomatici, in grado quindi di provocare un miglioramento dei sintomi e rallentare temporaneamente la progressione della malattia. Bisogna continuare a credere nella ricerca, a sostenerla e a investire sempre di più per raggiungere l’obiettivo - ancora non tangibile, ma non impossibile - di bloccare la progressione dell’Alzheimer e impedirne gli esiti così devastanti in termini umani ed economici per i pazienti, le famiglie e la società tutta.

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