Amministrazione regionale

Conto salato da 10 miliardi dalla mancata autonomia

Da un calcolo sui costi standard il Pirellone potrebbe ottenere 2,6 miliardi a cui si aggiunge il valore del trasferimento delle concessioni

di Sara Monaci

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Il nuovo Palazzo della Regione Lombardia

3' di lettura

La (mancata) autonomia per la Regione Lombardia vale almeno 2,6 miliardi, se si considera il risparmio teorico ottenuto dall’applicazione di costi standard in tutte le regioni italiane, per quanto riguarda l’erogazione di beni e servizi. Ma a questa cifra potrebbero anche aggiungersi le concessioni delle infrastrutture nazionali: aeroporti, autostrade, ferrovie, centrali idroelettriche. Per quest’ultimo dossier si potrebbe contare almeno 7-8 miliardi in più. Il pacchetto complessivo - pur mettendo insieme cose molto diverse - potrebbe valere una decina di miliardi.

Questi sono i primi calcoli di ciò che la Lombardia si aspetta dall’intesa sull’autonomia regionale, ovviamente da mettere a punto con maggiore precisione sulla base delle competenze che realmente riuscirà ad ottenere. Il percorso verso queste richieste, in sede di conferenza Stato-Regioni, è già partito nel 2017, anno in cui si è svolto un referendum consultivo in Lombardia e in Veneto, con Roberto Maroni governatore.

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In Lombardia si era recato al voto circa il 30%, un dato significativo anche se non eclatante (come invece avvenuto in Veneto). Ora il nuovo governatore Attilio Fontana rilancia e chiede di continuare quanto già fatto con il governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega. Ma con la Lega ormai all’opposizione, e il Partito democratico che esprime il ministero per gli Affari regionali, la strada dell’autonomia regionale immaginato qualche mese fa si sta inceppando.

Il modello di riferimento sta diventando sempre di più quello proposto dall’Emilia Romagna, che vuole più competenze ma a perimetro di risorse invariato. La Lombardia chiede anch’essa più libertà nel gestire scuola e formazione, energia e ambiente, tutela del patrimonio e occupazione. Ma intanto punta a valorizzare in sede nazionale le sue “buone pratiche” per ottenere risorse in più.

Costi standard e risparmi
Il conto dei primi 2,6 miliardi è presto fatto. I servizi più completi sono offerti dal Trentino Alto Adige (la Lombardia è la seconda dopo il Trentino per qualità di servizio), ma la spesa più efficiente è quella della Lombardia: 2,528 euro pro capite. Le altre regioni sostengono tutte spese più alte. Quindi l’obiettivo è puntare al miglior servizio - quello del Trentino - con il miglior costo - quello della Lombardia.

Ogni regione può calcolare, in base ai dati Istat e Ragioneria dello Stato, quante risorse in più o in meno dovrebbe spendere per raggiungere questo mix. Alla Lombardia occorrerebbero 255 euro pro capite, ovvero quasi 2,6 miliardi per l’intera popolazione di 10 milioni di abitanti.

La Lombardia quindi, essendo più oculata nel gestire la spesa, non solo non dovrebbe tagliare i suoi costi, ma potrebbe persino chiedere qualcosa allo Stato. Altre regioni invece dovrebbero tagliare. Il risultato potrebbe addirittura essere a livello italiano 66 miliardi di risparmi.

Una cifra poco realistica, ma che sta a indicare che il risparmio generato dalla riforma dei costi standard permetterebbe di “liberare” nuove risorse da riversare alle Regioni, in grado a quel punto di reinvestirle in modo autonomo per le priorità del territorio. Questo almeno ciò che immaginano i vertici del Pirellone, i cui tecnici studiano, prima ancora delle nuove competenze regionali, il valore finanziario di ciò che già viene realizzato.

È partendo da questo ragionamento che i politici lombardi chiedono, anche in modo provocatorio, di mantenere in casa il risultato delle proprie efficienze, per reinvestire liberamente le proprie risorse.

Altro dato a supporto dell’ipotesi autonomista: la partecipazione al fondo nazionale di solidarietà. La Lombardia versa il 43% del totale nazionale, pari a 2,3 miliardi, solo considerando l’Iva. Cifra che non viene messa in discussione dai politici lombardi. Lo ha sottolineato recentemente il governatore Fontana che «l’autonomia regionale non ha nulla a che vedere con la solidarietà nazionale». E lo dicono anche i tecnici della Regione Lombardia: «se continuiamo a sostenere la perequazione nazionale, perché dunque negare la bontà dell’autonomia? Non nuoce a nessuno. Aiuta solo a rendere il paese più efficiente».

La flessibilità verrebbe chiesta anche per la sanità, materia al momento concorrente tra Stato e Regioni. In Lombardia si fa riferimento non solo ai livelli di servizi, ma viene segnalato anche il trend della mobilità sanitaria, ovvero i cittadini che si spostano in Lombardia per curarsi. A livello nazionale il valore è pressoché invariato (con una crescita di circa l’1%); in Lombardia si registra un aumento del 16% nel 2017 e del 22% nel 2018.

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