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Contraffazione online, cresce il peso dei social

Presentata una ricerca di Università Cattolica e ministero dell’Interno (con Amazon) da cui emerge che il 56% dei sequestri doganali nella Ue nel periodo 2017-2019 risulta legato alle vendite online ed è sempre più stretto il legame con cybercrime, furti di identità, frodi nei pagamenti e criminalità organizzata

di Laura Cavestri

(Adobe Stock)

3' di lettura

Si chiamano “sneakerhead”. Sono le comunità di appassionati di sneakers, disposti a spendere cifre elevate per i modelli di più ricercati e in alcuni casi anche a rivolgersi al mercato parallelo delle repliche contraffatte. Recentemente, un giovane studente di medicina di origini cinesi, residente in Regno Unito, è riuscito a creare un commercio illegale di successo facendo da intermediario tra i clienti finali che richiedevano specifici modelli contraffatti e i produttori in Cina. Arrivando, in poco tempo, ad avere 10mila clienti ed una lista d’attesa di circa 3mila persone. Il pagamento avveniva in bitcoin o altre app di pagamento. Le spedizioni, direttamente dal fornitore cinese al cliente finale.

La contraffazione – via aerea, nave o camion – arriva online e i social network assumono un ruolo crescente. Sono alcune delle evidenze che emergono dal progetto “FATA - From Awareness to Action”, che punta ad analizzare in modo sistematico l’evoluzione della contraffazione nei mercati online. Lo studio – frutto di una collaborazione tra Università Cattolica del Sacro Cuore (con il suo spin-off Crime&tech) ed il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, con il supporto di Amazon, mostra che se in termini di volumi il 56% dei sequestri doganali nell’Ue, nel periodo 2017-2019, risulta legato alle vendite online, in termini di valore economico solo il 14% delle merci sequestrate è legato all’online. Un fenomeno legato soprattutto alla difficoltà di intercettare un commercio per lo più fatto da “piccoli pacchetti”. Se nel 2016 erano 20892 gli account Instagram individuati che vendevano prodotti contraffatti, nel 2019 ne sono stati individuati ben 56.769, con un aumento del 171 per cento.

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«Lo studio elaborato dall’Università Cattolica con la collaborazione del Viminale – ha dichiarato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese – offre molti spunti di riflessione per rafforzare l’azione di tutela del settore dell’e-commerce che è costantemente esposto alle minacce criminali. Questa azione è necessaria non solo per salvaguardare i consumatori, soprattutto quelli più esposti alle truffe, ma anche gli imprenditori che subiscono danni alla loro immagine ed agli investimenti per le contraffazioni dei prodotti e le violazioni della proprietà industriale».

I criminali usano insieme più canali online e la ricerca mette in luce un legame sempre più stretto tra contraffazione e altri reati di tipo cyber o finanziario, quali il furto di identità degli utenti web; frodi nei pagamenti, ad esempio per effettuare acquisti tramite carte clonate; resi fraudolenti, per restituire prodotti contraffatti al posto dei prodotti originali acquistati; la diffusione di software malevoli e ransomware. Così come si trovano a collaborare gruppi di criminalità organizzata con giovani influencer o broker informatici.

Crime&Tech con il progetto Fata ha identificato anche alcune buone pratiche e raccomandazioni. Prima di tutto bisogna «rafforzare il monitoraggio del fenomeno, ad esempio tramite la costituzione di un osservatorio scientifico, di cui Fata vuole essere la prima pietra, che crei e gestisca una banca dati di casi e schemi di anomalia accessibile ad autorità pubbliche e stakeholder privati. Lo studio suggerisce poi di potenziare le capacità tecnologiche e di analisi delle autorità pubbliche e delle aziende private, per sfruttare meglio i dati disponibili e tracciare l’origine dei prodotti, le inserzioni e le attività sul web e i venditori ad alto rischio.

«Nonostante la sua rilevanza, la contraffazione online è un fenomeno ancora poco conosciuto che richiede una strategia di contrasto specifica» ha sottolineato Ernesto U. Savona, direttore del centro di ricerca Transcrime e ceo di Crime&tech-Università Cattolica del Sacro Cuore.

«Solo nel 2020 Amazon – ha concluso Mariangela Marseglia, country manager della società per Italia e Spagna – abbiamo investito più di 700 milioni di dollari e impiegato più di 10mila persone per proteggere il nostro negozio da frodi e abusi».

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