INTERVENTI SUL TERRITORIO

Contratti di sviluppo, investiti 4,1 miliardi ma è allarme fondi

Invitalia ha dato il via libera a 117 progetti industriali tra 20 e cento milioni - Da Nestlé a Vodafone: protagoniste anche multinazionali - Imprese preoccupate: risorse in via di esaurimento


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Nestlé ha rilanciato lo stabilimento di Benevento come polo internazionale della pizza

4' di lettura

Sono 117 i contratti di sviluppo finora firmati da Invitalia in nove anni che hanno dato il via a investimenti da realizzare nelle regioni meridionali.

Questi contratti mettono in moto investimenti per 4,157 miliardi di cui 2,107 provenienti dallo Stato e la parte rimanente a carico degli investitori. Si ritiene che possano produrre circa 60mila posti di lavoro tra vecchi (salvati) e nuovi. Ma le risorse a disposizione vanno riducendosi e ora si attende una iniezione di liquidità da parte di governo e regioni.

I contratti di sviluppo insomma presentano un bilancio fatto di cifre importanti e per lo più positivo, poichè dopo un avvio lento, secondo le testimonianze di numerosi imprenditori, la macchina si è oleata abbastanza.

È bene precisare che il contratto di sviluppo è lo strumento di sostegno agli investimenti di importo elevato, superiore a 20 milioni e fino a cento: rappresenta insomma, quel sostegno da cui ci si attende ricadute più evidenti e significative sul territorio.

Quali effetti ha finora prodotto? Dei 117 contratti meridionali (a cui ha dato il via il Dm del 24 settembre 2010)  solo 23 sono ormai conclusi realizzando 946 milioni di investimenti grazie a 457 milioni di aiuti concessi. Tra i contratti conclusi ci sono nomi di grandi aziende: Telecom, Vodafone, Whirlpool, Denso, Poema, Ferrarelle e molti altri. Ma questi sono quelli partiti da molto tempo. Ce ne sono 60 circa in corso di esecuzione , mentre sono in fase di avvio 27 contratti di sviluppo. Delle 589 domande presentate in totale, 366 non sono state ammesse. Si calcolano poi 12 tra revoche e rinunce, mentre altri 30 progetti sono in istruttoria.

Tra gli effetti positivi si può annoverare il riavvio di aziende storiche dopo lunghi crisi (Alcoa in Sardegna e Idealstandard nel Lazio), e una netta transizione tecnologica. Oltre al consolidamento di presenze straniere in Italia. Un terzo delle operazioni riguarda infatti multinazionali straniere. In qualche caso già presenti in Italia, che hanno deciso di rafforzare la propria presenza sul territorio ampliando le linee produttive e innovando. Pensiamo a Hitachi Rail che ha trasformato gli stabilimenti di Campania e Sicilia . Pensiamo a Nestlè che ha realizzato a Benevento il polo della pizza surgelata Buitoni: era già presente nell’area ma ha trasformato totalmente l’azienda in versione 4.0, ampliando l’organico.

«Il Contratto di sviluppo - dice Domenico Arcuri , ad Invitalia - si conferma lo strumento più importante per sostenere l’offerta produttiva delle medio-grandi imprese. Circa il 40% degli investimenti relativi al Contratto di sviluppo è stato attivato da imprese straniere. Il dato dimostra che si può investire in Italia e che anche le grandi multinazionali lo fanno se opportunamente stimolate e agevolate».

Di certo, i tempi di attuazione sono stati sopratutto nella prima fase piuttosto lunghi. Le istruttorie duravano almeno 120 giorni fino a un anno fa, mentre oggi sono scesi a 90. Il programma di investimento dura circa 36 mesi dall’assegnazione al finanziamento.

Un’accelerazione è negli obiettivi della procedure Fast Track varata nel 2017 nell'ambito del Piano industria 4.0 e finalizzata anche a coinvolgere le Regioni. Queste (in verità finora solo Campania e Calabria) hanno firmato accordi di programma quadro con il ministero dello Sviluppo economico e con Invitalia e aggiunto proprie risorse.

Ma oggi, di fatto, le risorse stanziate si stanno esaurendo. I fondi assegnati ai contratti di sviluppo del Mezzogiorno per il periodo di programmazione 2014-2020, ammontano a circa 3 miliardi. Di questi circa 2,1 miliardi di fondi statali e 900milioni stanziati da parte delle Regioni dalla introduzione della procedura Fast Track. Altri stanziamenti per 45 milioni sono stati adottati dalle Regioni caso per caso.

Ma si sta raschiando il fondo. O meglio, «le risorse destinate alla procedura ordinaria , considerando le iniziative finanziate gli impegni potenziali per le istruttorie in corso, risultano già esaurite. Quanto ai fondi per la procedura Fast Track ci sarebbe disponibilità per nuove domande, ma la quantificazione puntuale dipende da nuovi Apq» fa sapere Invitalia. In sintesi, la disponibilità finanziaria è di fatto insufficiente tanto che ben 64 domande non sono state avviate alla istruttoria per assenza di fondi.

Le imprese, va detto, hanno risposto presentando un notevole numero di domande e progetti di investimento. Dei contratti finanziati 40 riguardano il settore agroalimentare, 21 quello del turismo, 5 l’automotive, per citarne solo alcuni. Non mancano interventi nel settore dei servizi e dell’ambiente.

«Quel che certamente servirebbe però, è la certezza e continuità di finanziamento - dicono ancora da Invitalia -. Sarebbe molto utile poter avere una prospettiva stabile per i prossimi sette anni. Le imprese sarebbero rassicurate e invogliate anche a programmare investimenti nel tempo». «I progetti vengono analizzati in base alla disponibilità di risorse - dice il direttore dell’Unione industriali di Napoli, Michele Lignola -. Talvolta la valutazione parte dopo molto tempo, additittura dopo qualche anno. In questo caso l’interesse dell’impresa potrebbe venire meno o potrebbe essere necessario modificare il progetto».

Qualche ulteriore correzione andrebbe apportata. Sopratutto per facilitare poi la fase più importante, quella della attuazione dell’investimento. «Le procedure oggi sono snelle e la consulenza offerta qualificata - dice ancora Lignola - .Ma poi le imprese sul territorio si scontrano con gli stessi problemi di sempre: burocrazia lenta, piani urbanistici che si sovrappongono, condizioni di degrado delle aree industriali».

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