ritorno al passato

Contratti a termine, perché il decreto «dignità» danneggia il mercato del lavoro

di Giampiero Falasca


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(ANSA)

3' di lettura

Le norme sui contratti a termine e sui contratti di somministrazione che sono contenute nel cosiddetto decreto legge dignità che è stato esaminato ieri dal Consiglio dei ministri potrebbero causare un danno rilevante al nostro mercato del lavoro, già afflitto da molti mali.

Non tanto perché sia sbagliata la finalità del provvedimento. È giusto - anzi, doveroso - preoccuparsi di contrastare l’eccessiva precarizzazione dei rapporti di lavoro; ma non si può pensare di iniziare colpendo gli obiettivi sbagliati.

Gli obiettivi reali
La lotta alla precarietà deve essere condotta colpendo le reali radici del fenomeno, cioè tutte quelle situazioni dove i lavoratori, pur avendone diritto, non hanno copertura previdenziale, non si vedono applicare il contratto collettivo firmato da organizzazioni veramente rappresentative o, addirittura, sono costretti ad accettare contratti irregolari per lavorare (per esempio false partite Iva, collaborazioni simulate, part time che mascherano rapporti a tempo pieno, ecc.).

La vera preacarietà
Queste sono le condizioni in cui versano centinaia di migliaia di lavoratori, coinvolti nelle tante strutture contrattuali create solo per ridurre le loro tutele: i contratti collettivi pirata, i falsi distacchi internazionali, gli appalti che non hanno per oggetto un servizio ma solo il cosiddetto body rental, i contratti di rete simulati, e illeciti simili. In queste situazioni si annida la precarietà, e sono questi gli abusi da correggere, se si vuole incrementare il livello generale delle tutele applicabili a chi lavora in situazioni di sostanziale dipendenza.

Gli obiettivi sbagliati
Non ha, invece, alcun senso iniziare la battaglia contro la precarietà partendo dal contratto a termine e dalla somministrazione di lavoro, forme contrattuali che garantiscono un’applicazione piena e integrale di tutte le tutele fondamentali del lavoro subordinato.

Certamente, è possibile ragionare su alcuni correttivi anche per questi rapporti, che rischiano di durare troppo a lungo.

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La soluzione per prevenire questo rischio sarebbe semplice e indolore: basterebbe modificare, riducendola, la durata massima che possono raggiungere questi rapporti, per stimolare un approccio più responsabile dei datori di lavoro ed evitare che la fase di transizione verso la stabilizzazione lavorativa sia troppo lunga.

Gli errori
Questa misura è presente nel decreto, ma viene accompagnata da vincoli eccessivi che la rendono inutilmente punitiva. Inoltre, ci sono norme che sembrano costruite al solo scopo di ricreare quel ricco indotto di contenzioso che, fino a qualche anno fa, ruotava intorno a questi contratti.

La causale arricchisce solo i legali
Si propone di reintrodurre la causale, un adempimento che ha storicamente avuto un solo ruolo: quello di stimolare le liti giudiziali e generare costi aggiuntivi per le imprese. Pensare di reintrodurla – peraltro con formule che riecheggiano la legislazione degli anni Sessanta e, in alcuni passaggi, sono davvero oscure – significa voler ricreare quell’indotto giudiziario che ha arricchito soprattutto i legali.

L’aumento degli indennizzi
È molto problematica anche l’altra innovazione di rilievo contenuta nel decreto, l’innalzamento del risarcimento del danno spettante in caso di licenziamento illegittimo, per i lavoratori rientranti nel campo di applicazione delle cosiddette tutele crescenti. L’incremento dell’importo minimo e massimo (che sale a 36 mesi) del risarcimento dovuto dai datori di lavoro in caso di sconfitta giudiziale avrà un effetto molto negativo sull’attrattività del sistema Paese, sia per il costo aggiuntivo che potrebbe generare, sia per il messaggio di scarsa affidabilità che manda un ordinamento che cambia le regole in continuazione.

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Con queste misure, quindi, avremo più cause e meno occupati: il Governo vuole davvero ottenere un risultato del genere? C’è ancora tempo per rimediare a questo pasticcio, apportando in fase di conversione i correttivi necessari a cancellare norme antistoriche, inutili e dannose.

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