confronto internazionale

Contro il coronavirus molto smart working, meno ammortizzatori

Le soluzioni adottate dai Paesi variano e il sostegno al reddito dei lavoratori non è una soluzione ovvia e diffusa universalmente

di Matteo Prioschi

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(Adobe Stock)

Le soluzioni adottate dai Paesi variano e il sostegno al reddito dei lavoratori non è una soluzione ovvia e diffusa universalmente


3' di lettura

Massiccio ricorso al lavoro da remoto e introduzione di nuove forme di congedo. Ma sugli ammortizzatori sociali l’approccio è stato alquanto diverso. Questa la fotografia di come quaranta Paesi hanno reagito all’emergenza coronavirus in termini di regole sul lavoro e strumenti di protezione sociale.

Le soluzioni messe in atto sono state raccolte in un numero speciale della rivista Italian labour law e-journal edita dal dipartimento di sociologia e diritto dell’economia dell’università di Bologna.

Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali si può affermare che ci sono sostanzialmente due approcci differenti. Uno è quello già in vigore e potenziato per l’occasione in Italia, che punta a salvaguardare il più possibile i posti di lavoro con strumenti di ampia portata in grado di consentire alle aziende di sospendere o ridurre l’attività senza però penalizzare troppo i lavoratori dal punto di vista economico. Una soluzione adottata anche da Francia, Portogallo e alcuni paesi dell’America latina.

Lavoratori in nero
In Brasile, per esempio, è stata introdotta la possibilità di ridurre l’orario di lavoro del 25, 50, 75% per massimo 90 giorni o sospenderla fino a 60 giorni. Inoltre, dato che il 45% dei lavoratori svolge attività “informali” con assenza di protezioni sociali in caso di malattia e disoccupazione, è stata deliberata l’erogazione di un indennizzo di 118 dollari statunitensi al mese per massimo un trimestre. Un aiuto analogo al reddito di emergenza che dovrebbe essere varato dal governo entro fine mese. Bocciata dalla Corte suprema, invece, la norma che consentiva la riduzione di stipendio a seguito di contrattazione individuale azienda-dipendente, opzione riservata per legge solo ad accordi collettivi.

Ferie o formazione
In Svezia, dove le restrizioni alla vita sociale sono state inferiori rispetto a quelle adottate in Italia, c’è la possibilità di ridurre l’orario fino al 40% del previsto. La retribuzione relativa alle ore mancanti è in parte a carico dello Stato, del lavoratore (incassa il 92,5% dell’importo pieno) e dell’azienda (paga poco più della metà dello standard). Qui sono stati inoltre ammorbiditi i requisiti per l’accesso all'indennità di disoccupazione.

In Danimarca è stato introdotto un ammortizzatore temporaneo che comporta la fruizione obbligatoria di 5 giorni di ferie al mese, collegato al divieto di licenziamento, mentre nei settori dei servizi, turistico e della ristorazione i dipendenti come alternativa al licenziamento o all’inattività possono frequentare corsi di riqualificazione della durata di 30 giorni, durante i quali i dipendenti ricevono lo stipendio pieno rimborsato dallo Stato all’azienda.

In Russia è stato addirittura decretato un periodo di giorni non lavorativi retribuiti, dal 30 marzo al 30 aprile con stipendi a carico delle aziende, senza alcun contributo pubblico.

Aiuti limitati
L’altro approccio è quello liberista, che si ritrova ad esempio negli Stati Uniti e in Australia, con pochi ammortizzatori sociali in costanza di lavoro e conseguente aumento dei disoccupati. Nel Regno Unito, per esempio, è stato introdotto un ammortizzatore solo per la sospensione dell’attività e non la riduzione di orario ma per i requisiti di accesso previsti è improbabile che riesca ad aiutare i lavoratori precari e tutto il settore della Gig economy. Quanto ai lavoratori autonomi, il contributo analogo a quello per i dipendenti, si stima che riuscirà a coprire solo il 60% della platea.

Smart working
Queste prime indicazioni, che a breve dovrebbero essere integrate da altri report relativi a ulteriori trenta Paesi, costituiranno la base per ragionare sulle conseguenze di lungo periodo, osserva il professor Emanuele Menegatti, ordinario di diritto del lavoro all'università di Bologna. «Spunti interessanti riguardano il ruolo del lavoro da remoto di cui si sta facendo un uso massivo in questo periodo. Molto probabilmente ci renderemo conto che certi lavori si possono fare sistematicamente da remoto con esternalità positive in termini di riduzione del traffico e del costo e della manutenzione degli immobili». Su questo argomento ci si deve aspettare che molti Paesi provvedano a una regolamentazione organica di questa modalità di lavoro, che in Italia ha già una sua cornice nella legge 81/2017.

Altra riflessione che andrà fatta è sul sistema degli ammortizzatori sociali, sia in Paesi dove sono poco diffusi e servono principalmente a ridurre il numero di licenziamenti, sia dove sono più utilizzati ma non coprono comunque tutte le platee di lavoro. Anche in quest’ultimo caso, si dovrà ragionare anche su «meccanismi stabili di finanziamento delle emergenze, anche a livello europeo, che consentano di evitare licenziamenti in situazioni di forte recessione o di sospensione di massa delle attività come quella attuale» aggiunge Menegatti.

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