Fisco

Contro le frodi Iva veicoli tracciati con incognita «blocco» ai rimpatriati

È partita il 6 novembre la nuova procedura sui mezzi usati importati

Pagina a cura di Maurizio Caprino

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(Caia Image / AGF)

È partita il 6 novembre la nuova procedura sui mezzi usati importati


2' di lettura

È operativa dal 6 novembre la nuova procedura di tracciamento contro le frodi Iva sui veicoli usati importati da altri Stati Ue. Prevista dal decreto fiscale di un anno fa (Dl 124/2019) e disciplinata la scorsa estate (Provvedimento del direttore dell’agenzia delle Entrate del 17 luglio 2020), è stata avviata un mese fa, senza annunci ufficiali e con alcuni dettagli che non sarebbero ancora molto chiari.

Quindi è soltanto dal 6 novembre scorso che, per sbloccare le immatricolazioni in Italia di questi veicoli (le cosiddette nazionalizzazioni), vengono seguite le nuove procedure. Ed è ancora presto per valutare se il loro impatto sugli uffici territoriali dell’Agenzia è sostenibile. Va tenuto conto che si tratta di un aggravio di lavoro su uffici che, come molti, sono parzialmente chiusi a causa dell’emergenza coronavirus.

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L’aggravio consiste nel sostanziale passaggio da un blocco che scatta automaticamente (quando il sistema informatico rileva che il richiedente ha già presentato di recente altre richieste di nazionalizzazione su cui l’Iva non è dovuta) a una vera e propria analisi della documentazione esibita dall’interessato quando presenta l’istanza. E quest’analisi - secondo quanto dispone il Provvedimento - va svolta sulla base non solo di tali documenti, ma anche «su ogni altra informazione reperibile nelle banche dati a disposizione, nonché su ulteriori elementi acquisiti utilizzando i poteri» previsti dagli articoli 32 del Dpr 29 settembre 1973, n. 600 e 51 del Dpr del 26 ottobre 1972, n. 633.

Le verifiche vanno svolte tenendo conto che bisogna evitare essenzialmente una cosa: che l’operazione risulti come un acquisto effettuato dall’interessato direttamente all’estero, in qualità di privato cittadino, fattispecie in cui l’imposta non è dovuta. È questo, infatti, il principale escamotage usato dai commercianti che frodano l’Iva: “coprire” la transazione che hanno effettuato con il loro fornitore estero e quella di vendita al cliente con un solo passaggio diretto. Altro possibile espediente, meno utilizzato per quanto risulta nelle numerose operazioni svolte dalla Guardia di finanza negli ultimi anni, è far figurare che il veicolo è un bene strumentale.

La frodi si evitano verificando che, tra i soggetti che risultano precedenti proprietari del veicolo, ne risulti uno che ha effettivamente pagato l’Iva. Occorre quindi incrociare e soppesare tutti i dati e i documenti a disposizione, osservando se ci sono incongruenze o addirittura falsificazioni materiali (ipotesi che dalle indagini giudiziarie emerge piuttosto di frequente).

C’è però un rischio, legato a un caso particolare ma non certo raro: quello dei cosiddetti connazionali rimpatrianti, cioè gli italiani che sono stati residenti all’estero per un determinato periodo, durante il quale hanno acquistato un veicolo sul mercato locale e - del tutto legittimamente - intendono continuare a utilizzarlo anche dopo il rientro in patria, cosa che richiede una nuova immatricolazione con targa italiana. Naturalmente, in questi casi l’Iva non è dovuta e quindi non risulta pagata. Né risulta che l’interessato abbia appena acquistato il mezzo, essendone proprietario all’estero già da tempo. Al momento non è chiaro se il sistema sappia “riconoscere” casi del genere. Il rischio, quindi, è che l’operazione venga inquadrata come una sulle quali l’Iva è invece dovuta e quindi scatti il blocco dell’immatricolazione.

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