Bussola & Timone

Contro la pandemia mancano ancora politiche cooperative

di Giovanni Tria

4' di lettura

Anche se sembra vicina una via d’uscita dalla pandemia grazie ai vaccini che la scienza e gli investimenti sulla ricerca ci hanno messo a disposizione, gli interrogativi che i leader mondiali hanno davanti richiedono risposte cooperative ancora ampiamente assenti.

La grande crisi finanziaria determinò un upgrading del meeting dei Paesi del G20, che a Washington nel 2008 vide per la prima volta la partecipazione dei capi di governo, e non solo, come in precedenza, dei ministri economici e dei banchieri centrali. La crisi imponeva infatti scelte politiche importanti di cooperazione effettiva tra Stati.

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E la cooperazione sostanzialmente si realizzò, perché agirono nella stessa direzione gli Stati Uniti, soprattutto con la politica monetaria espansiva, la Cina con lo stimolo fiscale e, con ritardo e più debolmente, anche l’Europa, attardata sui suoi problemi di costruzione interna.

Oggi, i grandi Paesi affrontano una crisi molto peggiore e più densa di incognite. Ma, anche escludendo una “guerra dei vaccini” accanto a quella dei dazi, la disponibilità alla cooperazione e il livello di fiducia appaiono ai minimi rispetto ad allora. La nuova amministrazione americana ritorna ad un maggior dialogo con gli alleati europei, e ciò è un bene. Ma ci si aspetta che sia appunto dialogo e non monologo, e che il confronto con il resto del mondo tenga conto con realismo delle prospettive comuni.

Le previsioni economiche di breve periodo sembrano confortevoli. Esse segnalano un possibile forte rimbalzo dell’economia americana determinata dal successo della campagna di vaccinazione che consentirà il pieno esplicarsi sulla domanda interna della politica monetaria ultra-espansiva e dell’enorme stimolo fiscale di 1,9 trilioni di dollari appena approvato dal Congresso.

La Cina, che è uscita per prima dal blocco produttivo determinato dalla pandemia, ha già una economia in piena crescita trainata sia dalle esportazioni sia dalla domanda interna.

L’Europa è indietro, sia a causa del ritardo nel contrasto alla pandemia, sia perché ancora una volta lo stimolo fiscale, seppur notevole, è più lento ad attuarsi ed è ancora sostanzialmente sorretto a livello nazionale dall’indebitamento reso sostenibile dalla politica monetaria della Bce.

Gli interrogativi riguardano la solidità di questa ripresa attesa nei vari Paesi, guidata e sostenuta da una esplosione di debito pubblico e privato a livello globale, la cui sostenibilità dipende dal continuo sostegno monetario delle banche centrali e si basa sulla scommessa che questo sostegno non determinerà inflazione e, con essa, un rialzo dei tassi di interesse.

L’esito della scommessa dipende sia da fattori di breve periodo sia da tendenze di più lungo termine. Nel breve periodo conteranno, da una parte, la rapidità con cui la grande liquidità immessa nelle economie si tradurrà in domanda effettiva di beni e servizi e il risparmio verrà riassorbito da domanda di beni capitali e, dall’altra, la capacità di risposta all’aumento della domanda da parte dell’offerta, cioè da parte delle imprese nei vari settori produttivi e delle catene produttive globali.

Tuttavia, l’opinione circa l’assenza di un pericolo d’inflazione e la convinzione che il pericolo maggiore rimanga quello opposto, cioè quello della deflazione, si fondano sull’idea che il mondo continui sostanzialmente a funzionare come nei passati decenni. Ciò è possibile, ma solo a determinate condizioni.

La crescita senza inflazione che abbiamo conosciuto da decenni è il prodotto fondamentale di un trend deflazionistico determinato da una serie di shock demografici che hanno portato ad una enorme espansione dell'offerta di lavoro a livello globale.

I tre fattori principali sono stati l’ingresso nell’economia globale dell’offerta di lavoro della Cina, aumentata per decenni grazie all’emigrazione interna dalle campagne alla manifattura, l’ingresso nel mercato globale della forza lavoro dei Paesi europei del’Est prima bloccati nell’economia sovietica, infine l’ingresso nel mercato del lavoro dei “baby boomers” dei Paesi avanzati successivamente agli anni settanta.

La spinta deflattiva dovuta a questo enorme aumento di offerta di lavoro, che è stato anche la causa del mutamento dei rapporti economici tra Paesi e all’interno dei Paesi, è in esaurimento.

Si parla ormai di “inversione demografica”, sia in Cina che in gran parte dei Paesi avanzati, e di un futuro aumento del tasso di dipendenza, cioè del rapporto tra popolazione non in età di lavoro e popolazione in età di lavoro. Ciò significherebbe un mondo di minore crescita e maggiore inflazione.

Si tratta di tendenze di medio-lungo periodo che possono essere contrastate sia dalla maggiore inclusione nell’economia globale della popolazione africana e di parte del sub-continente indiano, sia dall’aumento di produttività determinato dal progresso tecnologico.

Tuttavia, i problemi di medio-lungo periodo rischiano di presentarsi in modo più rapido per scelte di geopolitica. Processi non ponderati di de-globalizzazione e di segmentazione dei mercati e dell’offerta di lavoro globale, connessa al commercio mondiale e alle catene produttive globali, implicherebbero un aumento dei costi di produzione e la probabile fine delle condizioni che hanno consentito il periodo di crescita senza inflazione che molti pensano possa continuare anche a fronte di stimoli di domanda senza precedenti.

Quindi è importante insistere ancora, e soprattutto ora, in strategie di apertura dei mercati, mentre appaiono pericolose, anche sul piano economico, politiche muscolari e non cooperative, da qualunque parte provengano.

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