la sfida

Contro il populismo la crescita che crea lavoro e benessere

di Carlo Carboni


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(Ikon Images / AGF)

4' di lettura

L’alba populista e sovranista si sta rivelando piena di luce buia, come nei presagi. È stata incupita dalle dispute in seno al governo impegnato nella campagna elettorale europea. La luce è troppo fioca per illuminare quella parte di società italiana impigliata nel buio delle conseguenze della crisi economica. Un’opacità, che ci catapulta agli anni 80, quando lo sviluppo di infrastrutture e di beni comuni fu “monetizzato” in trasferimenti alle famiglie e gli investimenti in crescita e lavoro furono “barattati” con più spesa corrente dello Stato per individui e famiglie. Fu un’inversione fallimentare, in particolare nel Mezzogiorno, che da allora rimase al palo dello sviluppo. Fu la rotta seguita dai partiti politici consociati (il Caf) per alimentare la macchina micidiale dell’assistenzialismo clientelare, che traghettò il Belpaese a un debito pubblico sul Pil all’incirca raddoppiato, dal 56% del 1980 al 105% nel 1992.

Lì siamo rimasti intrappolati, peggiorando ordinariamente nelle ultime tre decadi, soffrendo più di altri Paesi un lento declino. Nel periodo 2000-2018, il Pil è cresciuto di poco più del 4% (contro il 34% della Spagna). Stiamo galleggiando nella stagnazione: nel 2019, è prevista una crescita tra lo 0% (Ocse) e lo 0,3% (Istat). Negli ultimi 10 anni, il reddito medio pro capite si è ridotto del 2,5 per cento. Il debito pubblico ha traguardato il 132,2% del Pil, determinando scarsi margini di manovra pubblica espansiva per parare le conseguenze della crisi economica e finanziaria. Anche perché l’Italia resta un piccolo paradiso di evasione e di elusione fiscale in Europa.

Il governo gialloverde aveva promesso tempi nuovi, ma per ora, abbiamo visto vecchie storie. Se si guarda ai governi degli ultimi quarant’anni, le continuità prevalgono sui gattopardeschi cambiamenti recenti. Lo dimostra la vecchia storia politica di forzare la nostra situazione debitoria pubblica (deficit al 2,9% nel 2020) alla ricerca di scorciatoie assistenziali per ottenere con un sol colpo il consenso della pancia del Paese. Tra le élite politiche è rarissimo trovare uomini capaci di coniugare il senso del destino personale con forti convincimenti. Non riusciamo a venir fuori dalla confusione della politica-spot da campagna elettorale, che nasconde un vuoto cosmico di decisione strategica sui grandi temi del Paese. È la storia di mettere in secondo piano lavoro e crescita, con qualche fortunato recente “ravvedimento”, su cui però incombe una possibile acuminata bufera post-elettorale. Troppo poco per un reale cambiamento in grado di disegnare e percorrere una via tecnologica e sostenibile dello sviluppo, realizzando sistemi 4.0 in campo economico, educativo, sanitario, infrastrutturale.

Nella penombra, si è cronicizzato anche un implacabile cinismo politico nei confronti del futuro e del presente dei giovani, che, relegati in malfermi incastri esistenziali, soffrono una disoccupazione, un’inoccupazione e una diaspora all’estero da record europeo. Un vecchio copione, che finisce per ignorare la deprivazione socio-economica di quanti, mal compresi, sono rimasti indietro nell’oscurità delle conseguenze della crisi economica. Potenzialmente: oltre 22 milioni di italiani, inseriti in nuclei familiari con un reddito inferiore almeno del 30% rispetto a quello medio (Istat). Sono famiglie con giovani, lavoratori atipici, a bassa istruzione (13 milioni di persone), donne anziane sole e giovani disoccupati(5,4 milioni), famiglie periferiche con piccole attività nell’edilizia e nel commercio (3,6 milioni). È un’area di povertà o di disagio sociale che rappresenta il 36% degli italiani. È la società dello scontento, della marginalità sociale urbana e dei diffusi provincialismi periferici, da cui è scaturito gran parte del sostegno elettorale a populisti e sovranisti.

L’Italia dello scontento non si ferma a questo terzo e più di outsider. Il risentimento da deprivazione socio-economica serpeggia anche tra gli insider della società dei 2/3 (Peter Glotz). Altri 14 milioni di italiani appartenenti a famiglie di operai in pensione, di microimprenditori periferici, costretti di frequente a tirare la cinghia a fine mese, al pari della classe medio-bassa, che ha sofferto una marcata erosione di reddito (Il Sole 24 Ore dell’8 maggio 2019).

L’élite politica gialloverde ritiene davvero di risolvere queste profonde fratture socio-economiche “per decreto”, con provvedimenti assistenziali, in presenza di margini di manovra corrosi dal pesante debito pubblico? Seppure nelle ultime posizioni, siamo ancora tra le 22 innovation country al mondo. Gli italiani ci tengono a rimanere nel gruppo di testa, tant’è che la fiducia negli imprenditori, soprattutto piccoli e medi, è in cima a una classifica che vede i politici ultimi. Sarà pure questa una percezione popolare di cui tener conto, quando si governa?

L’unica via di uscita dalla stagnazione pluridecennale del Paese è la crescita, che crea lavoro e benessere sociale. È inutile straparlare di conflitto tra élite e popolo, quando alcuni personaggi, tra le file gialloverdi, hanno già dato prova del proprio elitismo politico, ancorati al telaio dei vantaggi autoreferenziali, prestando il fianco, come di recente, ad accuse e sospetti per corruzione. Anche alle nuove élite populiste-sovraniste calzano a pennello le parole di Guido Dorso (1949): «La classe dirigente ha doveri sociali da adempiere e il suo senso di responsabilità consiste appunto nel saper coordinare i suoi interessi particolari e quelli generali, cioè nel farsi pagare quanto meno caro possibile le sue prestazioni oligarchiche, i suoi vantaggi materiali e morali». Basterebbe tener in mente questa geometria del buon senso per ben ispirare un governo del cambiamento.

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