viaggio nell’immaginario industriale

Conversazioni sulla gomma sotto i ciliegi

di Giuseppe Lupo


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5' di lettura

Il momento migliore per visitare la Pirelli di Settimo Torinese è sicuramente la primavera, quando sono in fiore i ciliegi piantati ai bordi del lungo edificio progettato da Renzo Piano nei primi anni del Duemila e chiamato “spina”. Sono oltre quattrocento alberi, disposti in fila indiana a un lato e all’altro delle vetrate che avanzano con un ritmo di pieni e di vuoti, scale e ringhiere, aiuole ricavate da pneumatici e maniglie di porte trasparenti; formano un rettilineo ideale che confonde la vista fino ad assimilare la prospettiva a quella di una pista per atterraggi negli aeroporti.

Viaggio nello stabilimento Pirelli di Settimo Torinese

Viaggio nello stabilimento Pirelli di Settimo Torinese

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Alberi e capannoni

Immagino che, quando brulica il rosa dei petali, la fabbrica assuma tonalità orientali e lo specchiarsi dei rami e delle foglie nei quadrati trasparenti abbia il pregio di dilatare la nozione di industria oltre ogni parvenza che ci è stata tramandata dalla tradizione del Novecento. Chi continua a credere che gli operai non esistano più e quel che resta della fabbrica sia officina scura e tenebrosa dovrebbe affacciarsi in questo luogo che sta di spalle all’autostrada Milano-Torino, ma ha la dimensione appartata di una campagna: c’è luce, ci sono spazi abitati dal verde, c’è perfino silenzio e gli stili degli edifici si sovrappongono e si confondono come le mescole degli pneumatici prodotti a pochi metri da lì, sotto i capannoni degli stabilimenti dell’area nord o dell’area sud.

Sarebbe scontato affermare che la Pirelli di Settimo Torinese possiede una vocazione al dialogo. Era già nei presupposti della rivista «Pirelli», che nel novembre del 1948 incominciava a vivere con le parole di Alberto Pirelli: «Veniamo a conversare con voi». Quel desiderio di conversazione, che settant’anni fa racchiudeva il senso di una disponibilità al confronto con una nazione in crescita, rimane parola-chiave anche di questa realtà che oggi è guidata da Marco Tronchetti Provera con un’apertura universale, a cercare e trovare il punto di equilibrio fra tradizione manifatturiera e sguardo diretto ad altri continenti. I vetri evocano le pareti del Pirellone, ma sono in orizzontale là dove per il grattacielo erano in verticale. Un’occhiata alla linea delle piante è già un passo in avanti verso l’idea di una nuova modernità, che non è più quella degli anni 60, ma di cui questa fabbrica rappresenta un passo in avanti. Ogni cosa qui avviene per gradi. L’edificio costruito negli anni 80 - l’enorme frontone di mattoni rossi dotato di pluviali, tettoie, scheletri di acciaio - si erge a poche decine di metri dai ciliegi e dalle vetrate. Dall’altra parte della “spina”, superato di nuovo il varco di vetri e ciliegi, si innalza un secondo edificio composto da materiali metallici.

Dialogo e produzione

Il dialogo comincia da qui ed è prima di tutto architettonico, anche se di un’architettura che chiede soccorso ai simboli: gli stabilimenti dell’area nord e dell’area sud devono confrontarsi con la striscia di vetro ideata da Renzo Piano, coperta da pannelli solari e pavimentata con parquet, che unisce i due corpi mediante passerelle. Questa conformazione fa della “spina” un luogo di incontro o di passaggio, adatto a ospitare mensa, sala riunioni, biblioteca, ambulatorio. Soprattutto contiene laboratori per la ricerca e lo sviluppo. Tutto lascia presagire che negli intenti di chi l’ha progettato ci sia stato l’obiettivo di mettere al centro l’uomo, le sue esigenze, le sue aspettative materiali e morali. La struttura snodabile dà respiro e profondità, modifica le coordinate dell’intero complesso, che così diventa un’isola di macchine in mezzo a fioriture primaverili. In ciò consiste il nuovo paradigma. Leonardo Sinisgalli, quando cominciò la sua esperienza di art director in Pirelli, alla fine degli anni 40, considerava gli edifici di Milano Bicocca il “regno del flessibile” e dichiarava di entrare nei capannoni «a capo scoperto, come si entra in una basilica». La fabbrica di Settimo Torinese non ha più i caratteri di una basilica, né i movimenti di chi ci lavora obbediscono a una liturgia. Un processo di laicizzazione è andato maturando in questi anni anche nei luoghi del lavoro industriale e ciò è dovuto agli inevitabili cambiamenti che probabilmente hanno sottratto quell’alone di sacralità, hanno dato un camice da dottore a coloro i quali prima indossavano la tuta blu.

Il vanto è la robotizzazione che consente di adattare la produzione di pneumatici alle caratteristiche di un mercato polverizzato nelle esigenze.

Flessibilità «artigianale»

Gli esperti la definiscono flessibilità, però è qualcosa che conserva attitudini artigiane, come se in questa rapidità di risposta si nascondesse il segreto per cui vivere nel tempo.

I processi di lavorazione sono rimasti tutto sommato identici a quelli di settant’anni fa: il momento della mescola, l’assemblaggio dei semilavorati, il processo di vulcanizzazione, la finitura. Identico è perfino il nome di alcune macchine, per esempio la calandra idrica, che è un’immensa architettura di tubi, catene, cinture, mandibole di metallo e fili colorati, rossi, gialli, azzurri, che si appiccicano alla gomma esattamente come avveniva un tempo. Serviranno a identificare il tipo di battistrada.

Quel che si aggiunge, però, è il recinto dei robot, chiamato «Next Mirs». Visto dall’alto, è un enorme rettangolo in cui si muovono a cadenza di danza le proboscidi rosse che sembrano affiorare dal nero del pavimento, curvano a destra e a sinistra, si inclinano, si alzano in quel loro aspetto di civiltà controllata, si inchinano una all’altra in un cifrario che ricorda gli ammiccamenti dei popoli orientali. Sono in grado di eseguire le stesse operazioni che compiono le macchine nelle due aree, quel che cambia è l’agilità nel montare e smontare i tamburi che serviranno a produrre un determinato tipo di pneumatico abbattendo i tempi che normalmente impiegherebbero gli uomini.

Questo è il cuore della ricerca Pirelli, forse la zona a più alto tasso di creatività, dove sembra ancora di risentire, sospese nell’aria, le note del violino di Salvatore Accardo, che si è esibito nel «Canto della fabbrica», nel settembre del 2017. È curioso che qui siano gli operai a sorvegliare le macchine. Ce ne sono tanti, in tuta grigia e con magliette listate con la lunga P del marchio pubblicitario. Spiano le imperfezioni dei battistrada, cercano qualcosa che potrebbe essere sfuggito al controllo automatico, sono loro a vigilare sull’operato di questi gioielli di precisione. Anche questa è una forma di conversazione, un esercizio di integrazione e di ascolto.

Credo che Gadda e Sinisgalli, ingegneri-letterati, tanto spaventato il primo quanto affascinato il secondo dal mito del progresso, avrebbero trovato un punto d’incontro nella loro lontananza. Come i capannoni dell’area nord e dell’area sud hanno trovato i ciliegi, che sono duecento per ogni lato, ma paiono infiniti.

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