ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùdopo le accuse degli ambientalisti

Conversione verde per JpMorgan: crediti a oil&gas e automotive sotto la lente

La maggiore banca Usa, primo finanziatore al mondo delle società dei combustibili fossili, calcolerà l’impatto climatico di alcune categorie di clienti: primo passo per adeguare il portafoglio prestiti agli obiettivi di Parigi

di Sissi Bellomo

Puntare su azioni e obbligazioni ESG e Green

La maggiore banca Usa, primo finanziatore al mondo delle società dei combustibili fossili, calcolerà l’impatto climatico di alcune categorie di clienti: primo passo per adeguare il portafoglio prestiti agli obiettivi di Parigi


3' di lettura

La banca più odiata dagli ambientalisti si è decisa a voltare pagina. JpMorgan Chase, istituto con la maggiore esposizione al mondo verso i combustibili fossili, rivedrà il portafoglio prestiti con l’obiettivo di allinearlo con il tempo agli obiettivi sul clima. E lo farà aiutando le società clienti ad adottare pratiche più virtuose.

La minaccia di un taglio dei fondi per gli inquinatori più incalliti non è imminente, al contrario il management chiarisce che non toglierà ossigeno dall’oggi al domani all’industria dell’Oil&Gas, alla quale ha concesso crediti per oltre 40 miliardi di dollari, in quanto è ancora troppo importante per l’economia globale.

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Quella appena annunciata è comunque una svolta significativa, in quanto arriva dalla maggiore banca degli Stati Uniti, Paese che il presidente Donald Trump ha voluto ritirare dagli Accordi di Parigi.

Gli obiettivi di decarbonizzazione che la comunità internazionale si è data nel 2015 «sono encomiabili e ambiziosi – dichiara ora Daniel Pinto, copresidente di JpMorgan – Non siamo però avviati a centrarli e mentre il mondo deve ancora fare molta strada, noi vogliamo fare di più».

A febbraio l’istituto si era impegnato a non concedere nuovi crediti a società che estraggono o impiegano carbone e aveva offerto 200 miliardi di dollari di finanziamenti per attività “verdi”. Aveva inoltre promesso di azzerare fin da quest’anno le proprie emissioni nette. Adesso si spinge oltre, cedendo alle pressioni crescenti degli attivisti ambientali.

Nel mirino degli ecologisti

Un recente studio di un gruppo di Ong capitanate da Rainforest Action Network denuncia JpMorgan come «il peggior banchiere del caos climatico»: tra il 2016 e il 2019, dunque dopo gli Accordi di Parigi, avrebbe foraggiato le fonti fossili con 269 miliardi di dollari, una cifra record che la colloca al primo posto nel mondo, con un distacco del 36% su Wells Fargo, seconda classificata.

Molte istituzioni finanziarie hanno già offerto il proprio contributo nella battaglia contro il cambiamento climatico. Blackrock, numero uno globale del risparmio gestito, ha compilato una lista nera di circa 250 società colpevoli di trascurare il rischio climatico e ne ha già punite 53 votando contro il management nelle assemblee dei soci.

L’anno scorso una quarantina di banche (quasi tutte europee) hanno dichiarato di voler ridurre l’impatto climatico dei portafogli e pochi giorni fa la Science Based Target Initiative, che si propone di definire obiettivi specifici per una serie di strumenti finanziari, ha raccolto decine di adesioni.

Petrolio, auto ed elettricità

Il prossimo passo di JpMorgan consisterà nel mettere sotto la lente tre categorie di clienti, che ritiene abbiano maggiori margini di progresso: le compagnie petrolifere, le case automobilistiche e le società attive nella generazione elettrica. La banca intende misurare per ciascuno la “carbon intensity”, ossia le emissioni di CO2 in rapporto alla produzione: un criterio che consente confronti omogenei, ma che alcuni esperti contestano in quanto rischia di essere inefficace per difendere il pianeta.

L’anno prossimo la banca Usa definirà un target preliminare per la decarbonizzazione al 2030 del portafoglio prestiti. Le “pagelle” assegnate ai clienti serviranno per indirizzarli verso le scelte giuste, anche in termini di trasparenza sul rischio clima. E chi non farà progressi prima o poi potrebbe vedersi chiudere i cordoni della borsa.

I big italiani dell’energia

L’Eni dovrebbe essere risparmiata dall’ostracismo. Uno studio realizzato dalla London School of Economics in partnership con investitori che gestiscono asset per 22mila miliardi di dollari ha evidenziato come nel settore Oil&Gas la compagnia italiana, Shell e Total siano le prime della classe nella difesa del clima: le uniche ad avvicinarsi all’obiettivo “minimo” di contenere entro 2° C l’aumento della temperatura dal periodo pre-industriale.

La cosiddetta Transition Pathway Initiative ha valutato 125 società di tutto il mondo, di cui 59 attive nel settore petrolifero o nel carbone. È emerso che nessun produttore di combustibili fossili è già in condizioni di centrare in pieno gli Accordi di Parigi, ma qualcuno è più avanti di altri.

Se si guarda agli impegni presi dai Governi (che comunque secondo l’Onu ci condurrebbero a un surriscaldamento di 3,2°C) la cerchia delle società diligenti si allarga a sette: ci sono anche due minerarie, Glencore e Anglo American, e altre due petrolifere europee, Repsol ed Equinor.

Bocciata invece a sorpresa Bp, il cui piano di riconversione verde – per quanto ambizioso – trascura la divisione trading: metà degli idrocarburi trasportati l’anno scorso dalla Major britannica erano prodotti da altri e dunque fuori controllo dal punto di vista dell’impatto climatico.

Lo studio evidenzia come il settore dell’elettricità, più facile da decarbonizzare, sia anche molto più virtuoso: su 66 utilities esaminate, 39 sono in linea con gli Accordi di Parigi e 22 hanno vinto la sfida più difficile di contenere le temperature entro 2°C. Anche tra queste c’è un’italiana: Enel

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