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Cook sotto torchio al processo antitrust: il giudice sferza il ceo di Apple

Il magistrato: introiti sproporzionati strappati a sviluppatori e App Store senza concorrenza. Dopo tre settimane di udienze, ora atteso il verdetto

di Marco Valsania

Il produttore di Fortnite e Apple in tribunale per l'App Store

4' di lettura

Quattro lunghe e scomodissime ore alla sbarra. Tim Cook, amministratore delegato di Apple, ha testimoniato al processo antitrust intentato dal leader dei videogiochi Epic Games contro il colosso di Cupertino, accusato di abuso di posizione dominante. Sotto accusa la messa al bando di app store concorrenti sull'iPhone e le ingenti commissioni fino al 30% che impone sulle transazioni all'interno del proprio negozio online per le applicazioni. E per un top executive noto per la sua flemma e impassibilità, sono state alcune delle ore più difficili della carriera: è stato bersagliato da un duro fuoco di fila di domande e critiche. Non solo degli avvocati avversari ma dello stesso giudice, Yvonne Gonzalez Rogers, che dovrà poi emanare il verdetto, in un processo che è stato concordato senza giuria. In alcune delle battute più terse, il magistrato ha rimarcato gli straordinari incassi di Apple dagli sviluppatori e messo apertamente in dubbio la tesi che l'azienda sia adeguatamente aperta alla concorrenza.

Tre settimane di processo

Il processo mosso dalla causa portata dal produttore del popolare gioco Fortnite si è avviato alla conclusione dopo tre settimane con un appuntamento degno della posta in gioco, nientemeno che un banco di prova dei tentativi di ridimensionare la più big delle Big Tech. E gli osservatori avvertono che è difficile prevedere quale alla fine sarà davvero la decisione della Corte, invitando a non considerare il pressante atteggiamento – spesso tipico dei magistrati - come anteprima d'una sentenza. Le sferzate del giudice di San Francisco sono però state insolite a Silicon Valley, dove i guru della tecnologia sono assai più abituati a toni amichevoli quando non a venerazione. Non solo: il magistrato ha anche già chiesto alle aziende di includere, nei loro imminenti documenti finali da depositare agli atti, proposte di rimedi e asserito che la carenza di concorrenza nell'App Store la preoccupa.

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La scomoda posizione di Cook

Per Cook – e Apple - la posizione è stata indubbiamente scomoda. Il ceo ha cercato fin dall'inizio di rispondere ai sospetti di gestire un vero e proprio monopolio. Ha affermato che l'insistenza di Apple a tenere alla larga altri app store e piattaforme per pagamenti digitali è unicamente il frutto della sua preoccupazione per la sicurezza e la privacy dei consumatori e utenti di iPhone e iPad. Ha negato di essere motivato soprattutto dal profitto, affermando anzi che «non pensiamo per nulla ai soldi, solo all'utente».Ha tuttavia, ancora una volta, rifiutato trasparenza sulla performance dell'App Store, pur considerato da Apple nei suoi bilanci un miracolo economico: ha riconosciuto che è redditizio ma attribuito la conclusione al suo “feeling”, alla sua sensazione, evitando numeri. Secondo alcune stime lo store avrebbe generato per l'azienda l'anno scorso entrate per oltre 70 miliardi.

Il giudice all’attacco

Ed è stato il magistrato stesso a passare all'attacco davanti all'autodifesa di Cook: il giudice Rogers ha notato seccamente che gli sviluppatori di giochi sembrano generare una sproporzionata quantità di entrate per Apple quando paragonata alla tecnologia che Apple offre. Ha messo in evidenza che il sistema di pagamento in-app di Apple non ammette concorrenti, proibisce ai developers anche solo di avvertire i loro utenti di opzioni per acquisti a prezzi inferiori al di fuori del sistema Apple. «Capisco questa nozione che in qualche modo Apple porta i consumatori ai gamers, agli utenti, ma dopo quella prima volta, quella prima interazione, gli sviluppatori trattengono i consumatori mentre Apple si limita a intascare profitti da loro», ha incalzato il giudice.

«Lei crede alla concorrenza?»

Sul problema della concorrenza, il magistrato ha chiesto a Cook se non crede «nel basilare concetto che la concorrenza sia positiva» e continuato dicendo che «non c’è concorrenza per gli acquisti in-app». Un riferimento esplicito all'obbligo che Apple impone ai developers di usare il suo servizio di gestione del pagamenti sull'iPhone e pagare le commissioni fino al 30% a Cupertino. Il giudice ha gettato anche una gelida luce sulla decisione di Apple di tagliare le commissioni al 15% per sviluppatori con revenue sotto il milione di dollari l'anno, che l'azienda ha inizialmente attribuito ad un aiuto alla crisi da Covid poi diventata permanente. «Da quel che ho visto finora, non è stato certo il risultato di qualche concorrenza. È stato il risultato della pressione che sentivate in arrivo da inchieste e denunce, non dalla competizione».

Un modello «davvero redditizio»

Freddo il magistrato anche sui proclami di Apple che non baderebbe al profitto. Rogers ha fatto notare che l'app del colosso bancario Wells Fargo è gratuita, vale a dire l'istituto ottiene una “corsa gratis” sull'App Store dopo aver pagato una commissione base per gli sviluppatori da 99 dollari. «Quello che fate pagare ai gamers sussidia di fatto Wells Fargo. È la scelta di un modello». Cook ha replicato che Apple sceglie la strada di monetizzazione che considera migliore. Il giudice ha ritorto rapidamente: un cammino «davvero redditizio», per Apple. Gli avvocati di Epic Games hanno a loro volta assalito Cook, senza lesinare battute sullo strapotere di Apple: «Ho un iPhone, spero funzioni anche domani», ha chiosato uno dei legali.

Cook, senza controllo totale una palude «tossica»

Cook, che ha sorriso alla battuta del legale di Epic, ha continuato a negare per ore che Apple si avvantaggi dei developers. Ha dichiarato che l'azienda esamina centomila app alla settimana e ne respinge circa 40.000 per mantenere elevati gli standard che si guadagnano la fiducia degli utenti. Aggiungendo che indebolire un simile controllo trasformerebbe l'App Store in una palude «tossica», «terribile per l'utente e per lo sviluppatore».Ha anche negato che Apple detenga potere monopolistico, citando quali concorrenti sia colossi di software che di hardware. «I consumatori hanno scelta tra molti modelli Android di smartphone e un iPhone e sanno che gli iPhone hanno un certo set di principi quando si tratta di sicurezza e privacy».

L’ultimo atto

La testimonianza di Cook è stato l'ultimo momento cruciale di un processo che era iniziato con la deposizione del ceo di Epic Games, Tim Sweeney, che aveva presentato il suo caso. «Apple stava generando più profitti vendendo app di sviluppatori nell'App Store degli sviluppatori stessi», ha accusato. L'azienda guidata da Cook aveva espulso il gioco Fortnite dal suo store per violazione delle regole, quando Epic aveva cercato di aggirare la piattaforma di pagamenti di Apple, con le commissioni, creando un proprio sistema in-app. Una provocazione ora arrivata in tribunale e in attesa di un verdetto.


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