ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl vertice di Glasgow

Cop26 al rush finale. Che cos’è l’iniziativa per lo stop a petrolio e metano

L’Italia sostiene l’iniziativa come «amico». Germania: «Il nucleare non può essere una soluzione alla crisi climatica»

di Gianluca Di Donfrancesco

La conferenza di Glasgow

3' di lettura

Le lancette corrono e al termine dei tempi regolamentari mancano ormai solo poche ore. La Cop26 di Glasgow, da programma, dovrebbe chiudere i battenti venerdì 12 novembre, ma non è improbabile il ricorso ai supplementari per convincere i circa 200 Paesi coinvolti nei negoziati a siglare un accordo «ambizioso». L’intesa tra Stati Uniti e Cina, annunciata a sorpresa mercoledì, ha dato una forte spinta alle trattative.

Restano però molti nodi da risolvere. Per esempio sulla graduale eliminazione dei sussidi per i combustibili fossili. Il commissario Ue per il Clima, Frans Timmermans, ribadisce che l’impegno deve rimanere nella versione finale delle conclusioni della Cop26, rispondendo a quanti come India e Arabia Saudita frenano. «Rimuoverlo sarebbe un segnale estremamente, estremamente cattivo», ha detto.

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Che cos’è l’iniziativa per lo stop su petrolio e gas

Un drappello di Paesi ha aderito l’11 novembre alla Beyond Oil and Gas Initiative (Boga), che prevede lo stop alle licenze e concessioni per nuove esplorazioni di giacimenti di petrolio e gas. L’iniziativa è stata promossa a settembre da Costa Rica e Danimarca. Nessun grande produttore di petrolio ha aderito. Non lo ha fatto nemmeno il Regno Unito, presidente della Cop26.

L’Italia, co-presidente del vertice, ha invece deciso di partecipare, per ora solo con lo status di «amico», nel solco tracciato dal pacchetto Ue «Fit for 55». A Glasgow, il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha spiegato che «l’Italia su questo programma è perfino più avanti, siamo molto avanti sul phase out del carbone, sul gas abbiamo le idee chiare e abbiamo un grande piano per le rinnovabili, con 70miliardi di watt nei prossimi 9 anni, così da arrivare al 2030 con il 70% di energia elettrica pulita». «Il gas - ha aggiunto - è il vettore della transizione, sappiamo che servirà, ma piano piano andrà via, se saremo bravi sulle rinnovabili».

Oltre a Danimarca e Costa Rica, aderiscono in qualità di soci a pieno titolo Francia, Irlanda, Svezia, Groenlandia, Quebec e Galles. Questi Stati, si legge sul sito di Boga, «si impegnano a porre fine a nuove concessioni e licenze per la produzione e l’esplorazione di petrolio e gas», entro una data da stabilire.

Portogallo, Nuova Zelanda e California sono membri «associati». Si impegnano a fare «passi concreti rilevanti verso la riduzione della produzione di petrolio e gas», tagliando i sussidi o interrompendo «il sostegno finanziario pubblico internazionale per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas all’estero». Su questo punto, a Glasgow sono già stati presi impegni espliciti, anche sull’orma del G20 di Roma.

Infine, c’è lo status di amico, scelto per ora dall’Italia. Cosa significa? Farsi sostenitori di «una transizione globale socialmente giusta ed equa per allineare la produzione di petrolio e gas con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi», si legge sul sito di Boga. E impegnarsi «a lavorare insieme per facilitare misure efficaci a tal fine, in linea con l’accordo di Parigi e gli obiettivi nazionali di neutralità climatica».

Boga, in ogni caso, non vieta attività come la raffinazione del petrolio o il consumo di prodotti petroliferi e di gas, concentrandosi solo sulla produzione a monte. «La nostra aspirazione è che questo sia l’inizio della fine del petrolio e del gas», ha detto il ministro dell’Ambiente danese, Dan Jorgensen.

Il faticoso addio alle fonti fossili

Alla Cop di Glasgow sono già state rafforzate una serie di iniziative per accelerare l’addio al carbone, la più sporca delle fonti fossili, e per tagliare le emissioni di metano, secondo solo all’anidride carbonica come effetto serra. Sul carbone si sono registrate adesioni importanti, a cominciare da quella della Polonia (tra i sottoscrittori c’è anche l’Italia). Mentre gli Stati Uniti hanno lasciato intendere che potrebbero spegnere le proprie centrali attorno al 2030. E la Cina ha annunciato, nel patto con gli Usa, che comincerà a ridurne il consumo a partire dal 2026. Sulle emissioni di metano c’è la forte spinta di Washington e Bruxelles con la Gglobal methane pledge, alla quale in qualche modo sembra ora allinearsi anche Pechino.

Giovedì 4 novembre è stata siglata inoltre una dichiarazione, che prevede lo stop entro la fine del 2022 a «nuovi sussidi pubblici al settore internazionale dell’energia da combustibili fossili» senza tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2. Tra i firmatari, anche l’Italia.

Il capitolo nucleare

Il ruolo del nucleare nella transizione energetica è un dossier aperto. La Francia spinge e lo vuole nella nuova tassonomia verde che Bruxelles sta elaborando. Venerdì 12, Austria, Danimarca, Germania, Lussemburgo e Portogallo hanno sottoscritto una dichiarazione in senso opposto. «L’energia nucleare non può essere una soluzione alla crisi climatica», ha affermato il ministro dell’Ambiente tedesco Svenja Schulze.

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