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Cop27, piccolo accordo all’insegna del “meglio di non fare niente”

L’accordo piccolino sul clima raggiunto alla Cop27 di Sharm el-Sheik è quello che i milanesi (io non lo sono, i milanesi scusino la mia pronuncia del dialetto) avrebbero bollato come “piutost che gnent l’è mei piutost”, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

di Jacopo Giliberto

(AFP)

3' di lettura

L’accordo piccolino sul clima raggiunto alla Cop27 di Sharm el-Sheik è quello che i milanesi (io non lo sono, i milanesi scusino la mia pronuncia del dialetto) avrebbero bollato come “piutost che gnent l’è mei piutost”, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Un accordo piccolino che si può riassumere in quattro concetti.

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1 A dispetto della spinta europea, non è stata conseguita alcuna intesa aggiuntiva sui limiti alle emissioni e contro i combustibili fossili come carbone, petrolio e metano.

2 Su spinta europea, è stato deciso che in futuro sarà istituito un fondo mondiale per ripagare i Paesi poveri dei danni che verranno attribuiti dal cambiamento del clima.

3 Il traino del negoziato è passato dai Paesi industrializzati ai Paesi poveri.

4 Era difficile ottenere più di così in queste condizioni negoziali, con le tensioni energetiche e ambientali in evoluzione accelerata; l’alternativa sarebbe stata il fallimento completo della Cop27 e allora bisogna tornare all’espressività del dialetto milanese e l’è mei piutost.

La Cop, acronimo di conference of parts, è l’appuntamento annuale che da 27 anni viene indetto dall’Onu attraverso la United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), e riunisce i delegati di tutto il mondo per esaminare le politiche per il clima.

Le politiche per evitare — anzi, per contenere — il riscaldamento dell’atmosfera si dividono in due grandi famiglie, la mitigazione e l’adattamento.

La mitigazione è l’insieme delle politiche climatiche per contenere l’effetto serra, cioè ridurre l’emissione in aria di CO2, l’anidride carbonica accusata di scaldare il clima.

La mitigazione è ritenuta “terzomondista” per le sue politiche che vogliono limitare soprattutto nei Paesi ricchi i consumi energetici a beneficio del clima di tutti.

L’adattamento è l’insieme delle politiche per contenere gli effetti locali dell’effetto serra, e cioè difendere coste, colture, foreste e città da siccità, alluvioni e tempeste.

L’adattamento è ritenuto “primomondista” per le sue spese imponenti che vengono godute solo dai Paesi che investono.

Ora lo scenario pare cambiato.

I Paesi poveri hanno preso il sopravvento nelle politiche climatiche. Va risolta l’ambiguità della Cina, Paese povero e Paese ricco, primo emettitore annuale di CO2 al mondo (seguono Stati Uniti, India e Russia) e secondo emettitore storico di emissioni cumulate di CO2 (primi gli Usa; dopo la Cina seguono Russia, Brasile e Indonesia).

Prima di sottoporsi agli stessi limiti alle emissioni cui ambiscono gli europei ricchi e viziati, i Paesi poveri vogliono poter crescere. Vogliono il riscatto dalla povertà. Vogliono completare quel percorso di uscita dalla miseria che era cominciato con la globalizzazione, percorso che non vogliono più interrompere.

Lo spiega il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, in una sua dura analisi pubblicata in agosto da «Newsweek». Nell’articolo Europe’s Failure to Meet Its Climate Goals Should Not Be Africa’s Problem,

Museveni critica l’ipocrisia occidentale di imporre paletti alle emissioni africane e al tempo stesso di investire nell’apertura di nuove miniere di carbone o nell’importazione di petrolio.

Così mentre noi rinunciamo alle auto a carburante dal 2035, nel resto del mondo il consumo di energie fossili cresce con quantità più alte delle rinnovabili e in 10 anni carbone, petrolio e metano fossile sono passati da 126mila a 136mila miliardi di chilowattora.

Il fondo per i danni climatici si chiama Loss&Damage, è stata l’intuizione negoziale europea ed è un’altra vittoria dei Paesi poveri, i quali potranno chiedere ai Paesi ricchi risarcimenti per alluvioni e carestie. Già nel 2009 la Cop15 di Copenaghen aveva varato un Climate Pledge da 100 miliardi di dollari l’anno, ma poi il suo adempimento è stato modestissimo. Un fallimento. Il nuovo fondo per ora non ha ancora regole; nell’anno a venire fino alla Cop28 di Dubai si dovrebbero definire modalità di funzionamento, si dovrebbero dettagliare le modalità di erogazione, si dovrebbero decidere quali Paesi dovrebbero finanziare il fondo e quali dovrebbero essere risarciti. I “dovrebbero” sono tanti.

Riproduzione riservata ©
  • Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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