analisila lettera di bruxelles

Copione che si ripete fra flessibilità e regole superate

di Dino Pesole

(AFP)

3' di lettura

Marzo 2014: l’Italia – osservava l’allora commissario agli Affari economici Ue, Olli Rehn – presenta squilibri macroeconomici eccessivi che richiedono uno «speciale monitoraggio»: debito elevato, scarsa competitività, aggiustamento strutturale insufficiente. Giudizio rinviato all’estate. Novembre 2015: «Permane il rischio di non rispetto delle regole del Patto, soprattutto quella del debito», a causa di uno scostamento significativo dall’obiettivo di medio termine (il pareggio strutturale di bilancio). Marzo 2016: gli squilibri macroeconomici eccessivi permangono. Gennaio 2017: servono chiarimenti sul debito pubblico, scrive la Commissione nel pubblicare il rapporto sul debito ai sensi dell’articolo 126/3 del Trattato. Giudizio sospeso che poi preluderà alla richiesta di una manovra correttiva pari allo 0,2% del Pil.

Se pur con toni diversi da una Commissione all’altra (da Barroso a Juncker), Bruxelles continua, più per la ritualità imposta dalle procedure che per reale convinzione, a brandire l’arma della procedura di infrazione per debito eccessivo. Raccomandazioni, lettere di richiamo, inviti più o meno espliciti inseriti all’interno di quella che ormai si può definire una “consultazione permanente” tra Roma e Bruxelles. Con toni di confronto anche aspri, come quello che oppose Matteo Renzi a Jean Claude Juncker all’inizio del 2016.

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Contenziosi, poi risoltisi con formule politiche di compromesso, se non con aperture evidenti, come mostrano i circa 30 miliardi di flessibilità accordati all’Italia dal 2015 a oggi. Paradossi delle alchimie contabili europee: da un lato, non essendo in procedura per deficit eccessivo (l’Italia è ben al di sotto del limite massimo del 3%), si aprono al nostro paese le verdi praterie della flessibilità (riforme, investimenti, clausole per migranti e calamità naturali). In sostanza si applicano gli spazi consentiti dal cosiddetto braccio preventivo del Patto di stabilità. Dall’altro, si richiama il rispetto della regola del debito. Detto per inciso, regola che dall’esplodere della grande crisi, ben pochi rispettano in Europa.

Certo per noi è essenziale ridurre il debito, visto che siamo oltre il 130% del Pil, ma il tema vero è se e quanto quel debito sia sostenibile. Ha senso prevedere, come recita il Fiscal compact, una riduzione di un ventesimo l’anno rispetto alla soglia di riferimento? Precetto non scolpito nella pietra, evidentemente, perché da noi richiederebbe manovre correttive a suon di 40/50 miliardi l’anno. E allora, va bene il monitoraggio, può anche andar bene la costante pressione sui governi italiani perché riducano il debito a un ritmo sufficiente, ma non sembra aver più senso logico continuare a esibire un parametro (quello del 60% per intenderci) costruito agli inizi degli anni Novanta, che nessuno nei fatti rispetta. Per questo Germania e Francia sono in procedura d’infrazione? Peraltro Parigi da tre anni supera il 3% nel rapporto deficit/pil. Non è forse giunto il tempo di rivedere parametri tendenzialmente rigidi, che ormai da tempo ci si attrezza nei fatti ad aggirare?

Il target del deficit strutturale, così come concepito, non ha molto senso, tanto che è in corso un’istruttoria tecnica a Bruxelles per sostituirlo in tutto o in parte con indicatori più flessibili, ad esempio l’andamento della spesa pubblica.

È giunto altresì il tempo di innovare i criteri di calcolo sul Pil potenziale, su cui si misura il taglio del saldo strutturale. È preferibile il coraggio di innovare, oppure il tacito accordo a lasciare tutto com’è nella convinzione che alla fine alle regole si può “derogare”? Ma se la deroga diviene la regola, quest’ultima non ha più molto senso.

Piuttosto, se nella comunicazione di ieri l’avvertimento all’Italia sembra avere un tono più netto, che fa pensare che la procedura di infrazione possa realmente avvicinarsi, questo è forse dovuto anche alla discontinuità politica che potrebbe prepararsi a Roma: al fatto, cioè, che la commissione parla oggi al governo Gentiloni ma si rivolge anche a interlocutori che non sa quali saranno in primavera, dopo le elezioni.

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