VELA

Coppa America: si riparte da Bermuda con mezzo mondo a tifare contro gli americani

di Alex D'Agosta

LandRover BAR (Afp)

5' di lettura

Veloce, pericolosa, irrazionale, irriconoscibile. L'America's Cup, giunta all'edizione numero 35 della sua lunga e travagliata storia iniziata nel lontano 1851, è di nuovo ai blocchi di partenza.
Scatta oggi infatti a Bermuda quello che resta dei “gironi” eliminatori: almeno quelli, hanno conservato il nome di “Round Robin”. Sono in sostanza le regate di selezione, quelle dove in origine si determinava chi dei più forti fra gli “sfidanti” potesse conquistare il diritto, vincendo (a partire dal 1983) anche l'ambita Louis Vuitton Cup, di affrontare il “defender”.

Un nome affascinante che definisce tuttora il vincitore della precedente edizione, investito di poteri eccezionali sul controllo di alcune caratteristiche determinanti dell'evento. Una posizione di grande vantaggio, che tuttavia in passato permetteva anche di nascondersi dagli avversari e rivelare solo all'ultimo il proprio potenziale. Un'arma a doppio taglio che è stata quasi sempre efficace nella storia di questo enormemente prezioso trofeo sportivo, da sempre annoverato come il più antico e prestigioso in palio considerando che, generato con buoni intenti di fair play dalla regina Vittoria quasi due secoli fa, è in circolazione da diversi lustri prima della nascita delle Olimpiadi moderne.

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Emirates Team New Zealand durante una sessione di prova. Sullo sfondo il Groupama Team France (Ricardo Pinto/ACEA via AP)

Un ingrediente che ha permesso di tenere “imbullonata” la coppa al New York Yacht Club da metà ottocento sino al 1983, quando venne prima conquistata dagli australiani e poi ripresa temporaneamente dagli americani, per poi finire in mano neozelandesi, svizzere e di nuovo a stelle e strisce. Solo quattro nazioni capaci di possederla, un uomo in grado di vincerla, perderla e poi riprenderla: Dennis Conner, un protagonista capace di farla crescere e dargli nuova linfa, accompagnandola da un'era nobile sino all'era più commerciale e globale. Fintanto che un altro uomo, ancora più vincente, con grande forza e avidità, la prese e la cambiò del tutto. Nel 1995 balzò alle cronache l'ingegnere, velista e poi manager che più l'ha vinta e cambiata, passando da eroe nazionale a nemico numero uno in Nuova Zelanda e, presto, anche per la comunità velica “tradizionale”.

Già perché il signor Russell Coutts, che l'ha dapprima alzata sotto bandiera neozelandese due volte (1995-2000), elvetica (2003) e americana (2010 e 2013), ed è stato capace di portarla a casa con lui al timone sulle barche ACC più tradizionali e memorabili (80 piedi di sloop dall'enorme superficie velica, che si ricordavano per il dial-up ravvicinato nelle partenze dei match race), aveva il sogno di cambiarla profondamente. E così nel febbraio 2010 a Valencia, dopo averla strappata al suo “ex” Alinghi con un impietosamente sproporzionato trimarano BMW Oracle, ha proposto per l'edizione del settembre 2013 a San Francisco degli ancora grandi catamarani da 72 piedi velocissimi ma anche problematici da manovrare, tristemente noti per il cedimento strutturale che hanno portato via Andrew “Bart” Simpson, una personalità nella vela, medaglia olimpica inglese, in un allenamento come tanti nella ventosa baia californiana.

Gli skipper, da sinistra, Peter Burling, Franck Gammas, Ben Ainslie, Jimmy Spithill, Dean Barker e Nathan Outteridge posano con l’Americas Cup dopo la conferenza stampa (AFP PHOTO / Lloyd Images)

Adesso i mezzi per questa Coppa America sono la massima evoluzione della nuova corrente che sta prendendo piede nella vela. Basta “dislocare” (cioè tenera la carena in acqua parallela al galleggiamento, come da fermi o quasi), e non è nemmeno più “in” planare (l'esperienza più bella sino a pochi anni fa dell'andare a vela, quando cioè la maggiore parte del suo scafo si erge sopra l'acqua come fanno la maggior parte dei motoscafi veloci o piccoli natanti con fondo piatto). Adesso si “vola” letteralmente, con le barche più piccole che si ricordano in questa competizione ma anche più performanti allo stesso tempo. Le lunghezze di questi supertecnologici catamarani sono infatti state ristrette a soli 50 piedi, e raggiungono i 45 nodi (oltre ottanta all'ora): velocità a parte, rispetto al 2013, si nota che per la prima volta sono capaci di navigare in “full foiling” anche durante le virate. Significa che della vela che pratica la maggior parte dei velisti al mondo c'è più poco.

Non bastava infatti aver rinnovato con difficoltà e coraggio la scelta di dotare le barche di “ale rigide”, rendendole difficilissime da gestire a terra (20 persone in media richiesto per l'armo e il disarmo). Queste barche, per “guidarle”, richiedono sempre più competenze aeronautiche e grandi doti atletiche: perché se prima le leve e le manovre erano pesanti da gestire, i tempi più tradizionali rendevano possibile comunque utilizzare materiali e schemi di governo di barca e vela vicini alle barche di serie, impiegando velisti abituati ai migliori yacht in circolazione. Adesso l'ala si gestisce attraverso un operatore dedicato, mentre il resto del ristretto equipaggio è impegnato soprattutto nel tenere sempre in pressione un circuito idraulico incaricato di muovere la mostruosa e atipica vela che rende possibile di correre anche a oltre il triplo della velocità del vento.

Il Groupama Team France durante una sessione di pratica a Bermuda (Ricardo Pinto/ACEA via AP)

Uno sforzo tale che ha perfino visto il più geniale degli sfidanti, Emirates Team New Zealand, trasformare il proprio equipaggio di canottieri-triatleti in veri e propri ciclisti, assumendo peraltro una medaglia olimpica kiwi alle Olimpiadi di Londra: un “pistard” a bordo non solo per far notizia, ma anche per dare il buon esempio. Già perché in 20 minuti adesso ci si gioca tutto, con più fatica e concentrazione che mai a causa della velocità da gestire con un mezzo in “volo” da bilanciare costantemente sopra alla superficie del mare, in qualunque condizione e direzione di vento.

Troppe novità che non sono andate a genio a tutti. I pochi team partecipanti ne sono la dimostrazione. Oltre ai detentori del trofeo, Oracle Racing, ci sono solo cinque challenger: gli inglesi di BAR Land Rover, i soliti kiwi di Emirates Team New Zealand, gli svedesi di Artemis, i francesi di Groupama e i giapponesi del team Softbank. Metà dei team rispetto all'edizione d'oro di Valencia, con tre campagne italiane. Oggi di tricolore c'è traccia di solo sedici fra velisti, tecnici e manager, di cui tre con il team francese due con i britannici e gli svedesi e gli altri nove con i neozelandesi, quasi tutti veterani di multiple edizioni. Luna Rossa aveva rinunciato a partecipare a questa edizione dissociandosi dai cambiamenti imposti e Mascalzone Latino aveva dato forfait alla precedente, quando i maxi budget richieste per l'assurda necessità di dover costruire barche sia da 45 che da 72 piedi aveva già decimato i partecipanti della 34ma America's Cup.

Arrivare quindi a disputare un evento del genere con soli sei team in un posto bello ma poco ricettivo come Bermuda è il risultato di una gestione estremamente discutibile che ha generato più polemiche che apprezzamenti. Con l'effetto molto probabile di diventare la Coppa America meno seguita di sempre, visto che i diritti televisivi sono stati mantenuti a caro prezzo anche dopo aver “banalizzato” l'evento per via dei troppi e corti appuntamenti di avvicinamento: delle “serie” di regate, seppure internazionali e in vari posti del mondo, non molto diverse dagli altri eventi velici mondiali. In Italia c'è Mediaset Premium a mandarla in onda, con la telecronaca dell'esperto Stefano Vegliani, ma nelle nazioni che hanno acquistato i diritti l'evento è visibile in inglese per meno di 11€.

Un'edizione comunque corta: il match finale avrà inizio il 17 giugno e si spera ovviamente di non vedere più un 1-8 a favore dei neozelandesi che diventa un 9-8 per gli americani, forse favoriti da una giuria tecnica troppo compiacente nell'accettare cambiamenti dell'ultimo minuto. A questo giro i neozelandesi per primi hanno portato la grande novità di portare i ciclisti a bordo e Oracle li ha copiati all'ultimo. A poche ore dalla prima regata si sono inoltre presentati in allenamento senza la vela di prua: un'altra genialata o soltanto una mossa destabilizzante per cercare di battere il nemico sul piano psicologico?

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