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Coppi, vita e imprese del Campionissimo viste dai suoi fotografi

Chiudendo il cerchio delle celebrazioni, nel sessantesimo anniversario della sua morte (2 gennaio 1960), una buona occasione per farci ancora sorprendere viene da una mostra molto particolare

di Dario Ceccarelli

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Chiudendo il cerchio delle celebrazioni, nel sessantesimo anniversario della sua morte (2 gennaio 1960), una buona occasione per farci ancora sorprendere viene da una mostra molto particolare


4' di lettura

Di Fausto Coppi, nel 2019, anno del centenario che si è appena chiuso, si è detto e scritto quasi di tutto. Perfino troppo. A volte aggiungendo, a volte sovrapponendo, come è naturale che sia parlando di una figura talmente grande - “ il Campionissimo “- da sfuggire a qualsiasi classificazione e a qualsiasi giudizio definitivo.

Così, chiudendo il cerchio delle celebrazioni, in questo “normale” anniversario della sua morte (2 gennaio 1960), una buona occasione per farci ancora sorprendere viene da una mostra molto particolare (“Scatti. Fausto Coppi e i suoi fotografi e un dialogo con le opere di Miguel Soro”) che resta aperta fino al 2 febbraio a Palazzo Monferrato nel centro di Alessandria. Siete ancora in tempo, quindi.

Perchè è così particolare? Per tanti motivi. Il più intuitivo è perchè ad ogni scatto di Coppi c'è anche uno scatto di un suo fotografo. Anzi, dei suoi fotografi: perchè i fotografi del Campionissimo sono stati tantissimi, essendo quello di Coppi un periodo narrativo quasi tutto pre-televisivo, in cui il suggello fotografico era la certificazione dell’impresa.

« Abbiamo pensato che la nostra originalità potesse consistere nel parlare non solo di Coppi ma anche di coloro che l’hanno fatto grande, cioè i fotografi», spiega Roberto Livraghi, direttore del Museo Alessandria città delle biciclette, che ospita la mostra. «Abbiamo voluto dare il giusto risalto a quei fotoreporter sempre rimasti in secondo piano ma che invece, come i grandi giornalisti della carta stampata e radiofonici, hanno costruito nel tempo un mito che vive ancora oggi».

C'era la radio (“ C'è un uomo solo al comando, la sua maglia è biancocelesti, il suo nome…”), c'erano i giornali che con fior di inviati raccontavano le corse. Ma la foto - una bella foto - era la sua sublimazione. Qualcosa che restava quasi ad imperitura memoria. Un po' come la famosa immagine della borraccia (che poi era una bottiglia) nella quale non si capisce chi dei due - tra Bartali e Coppi - la passi all’altro.

In realtà anche quello era un piccolo trucco, il tocco artistico di un noto fotoreporter della “Gazzetta dello sport” inviato al Tour de France, Carlo Martini, che, saputo di un vero scambio di borraccia avvenuto tra i due rivali, chiede a Fausto e Gino di ripetere il gesto a beneficio del pubblico. Una astuzia a fine di bene. Perché mai foto fu più vista e rivista di questa, diventando un simbolo di quella rivalità, ma anche una sorta di affresco di un periodo storico in cui l’Italia, pur con le sue divisioni e le sue difficoltà, trovava l’energia e la volontà comune per risalire la china dopo gli anni disastrosi della guerra.

Fausto Coppi e i suoi fotografi

Fausto Coppi e i suoi fotografi

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Ma c'è anche un altro motivo per cui questa mostra - con gli scatti di fotoreporter come Vito Liverani e Walter Breveglieri - ci sorprende e perfino ci intenerisce. Un motivo banale, ma nello stesso tempo importante, perchè ci restituisce il Campione nella sua dimensione più intima e umana. Scatti intensi con il figlio Faustino e con il fratello Serse, nel lettino dei massaggi in lacrime dopo una delle sue tante cadute.

Oppure con la nuova compagna, Giulia Occhini, la celebre “Dama Bianca” che per Coppi finì addirittura in carcere per adulterio. Foto quasi “rubate”, nel salotto della villa di Novi Ligure, in quella irripetibile atmosfera degli Anni Cinquanta, tra passato e futuro, tra la fatica e la polvere della strada e il primo benessere che precede gli anni del “boom economico”.

Coppi viene da una famiglia di contadini, ma pedalando è diventato un uomo facoltoso. Ha una bella casa, una compagna elegante, un bambino che a Natale riceve ogni ben di Dio. Ma lui, Coppi, ha sempre lo sguardo di un uomo in guardia, di chi sa che qualcosa può sempre succedere, come in corsa, dove basta una buca o una foratura in agguato per farti perdere tutto il vantaggio che hai.

Ma c'è anche un Coppi allegro: che scherza coi gregari, che si intrattiene coi suo tifosi, che sorride disinvolto per un servizio di un giornale francese che lo riprende come natura l’ha fatto nell’intento di mostrare la sua eccezionale struttura fisica, quel torace carenato con la potentissima muscolatura dei quadricipiti e la sottile linea delle caviglie. A volte sembra un attore, a volte un uomo inchiodato dalla fatica; in altre un comune uomo del suo tempo, sempre un po' trattenuto, mai scomposto, anche nei momenti di relax.

Foto di gruppo, foto solitarie, foto di imprese, foto di vita quotidiana. Alcune finite sui giornali, altri nei libri e nei manifesti. Altre nei quadri. Come quelli di Miguel Soro, ex ciclista professionista spagnolo che si è dedicato alla pittura privilegiando naturalmente soggetti d'ispirazione ciclistica che si possono ammirare alla mostra su Coppi. Scatti di pennelli, di parole, di copertine e di ritagli di articoli di giornale.

Un ultimo dettaglio. L'Alessandrino è terra di ciclisti e di pionieri. Oltre a Coppi (nato a Castellania), questo territorio ha dato i natali ad altri campioni come Giovanni Gerbi (detto “Diavolo rosso”) e Giovanni Cuniolo soprannominato “Manina” per motivi facilmente immaginabili. Poi Costante Girardengo da Novi Ligure, il campionissimo che fece impazzire Tano Belloni, 26 volte secondo dietro Girardengo, Costante di nome e di fatto nell'arrivare primo davanti al rivale.

Campioni, gregari, la celebre maglia nera Luigi Malabrocca. Alessandria, insieme a Tortona e Novi Ligure, è stata la culla del ciclismo, sede dell'Unione Velocipedistica italiana sul finire dell'Ottocento.

Qui sono nate fabbriche storiche, come la Maino, che hanno lasciato il segno nella memoria sportiva ed imprenditoriale. È qui che Carlo Michel, figlio di un intraprendente commerciante di liquori, introdurrà il velocipede, il “Michaux”, ritornando dall'Esposizione Universale di Parigi del 1867. Tutto questo mondo, con stupende biciclette d’epoca, lo potete ritrovare nel Museo di Palazzo del Monferrato. E poi, se non vivete solo di imprese del passato, potete inforcare una più comune bicicletta - magari a pedalata assistita -per ripercorrere le vie dei campioni sulle colline tortonesi. Che spesso s’intrecciano con quelle del vino. E una sosta, non dovendo competere né con Coppi né con Girardengo né col Diavolo Rosso, ve la potete concedere senza pentimenti.

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