ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùDiritto di famiglia

Coppie di fatto, arriva la negoziazione per i contrasti sui figli

Perimetro di garanzie esteso per i conviventi che, sulle liti, conquistano la possibilità di accordarsi, assistiti dagli avvocati

di Selene Pascasi

6' di lettura

Parliamo di coppie di fatto. Può accadere, dopo anni di convivenza (durante la quale è nato un figlio) che la relazione entri in crisi, fino a decidere di lasciarsi. Ovviamente, ci sono da affrontare questioni riguardanti l’affido del bambino e del suo mantenimento, ma non sempre ci si trova d’accordo. Vediamo se occorre per forza rivolgersi a un giudice oppure se ci sono alternative offerte dalle norme.

Diciamo subito che l’alternativa c’è. È stata introdotta dalla riforma del processo civile (legge 206 del 26 novembre 2021) che, dal 22 giugno, tra le altre novità, estende ai conviventi che si dividano la possibilità di raggiungere un accordo sulle questioni relative ai figli attraverso la convenzione di negoziazione assistita dagli avvocati. Lo strumento serve a trovare – con il supporto di almeno un legale per parte – un’intesa soft per evitare la causa che, comunque, resta un’ipotesi percorribile per stabilire il regime dell’affidamento, la misura del mantenimento e le modalità di visita e di frequentazione della prole.

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Contenzioso sempre meno battuto stando ai numeri forniti dal Consiglio nazionale forense che, per il 2019, parla dell’85% di scontri familiari risolto su accordo delle parti. Percentuale, più alta rispetto a quella ottenuta con altri strumenti conciliativi come la mediazione, destinata a crescere oggi che non è più riservata solo ai genitori sposati. Peraltro, l’ambito operativo della convenzione di negoziazione assistita non è affatto ristretto.

Difatti, si potranno pattuire: le modalità dell’affido e del mantenimento dei figli minorenni o maggiorenni economicamente non autonomi nati fuori dal matrimonio; la determinazione dell’assegno di mantenimento che i maggiorenni non ancora indipendenti chiedano ai genitori; gli alimenti; la modifica delle condizioni stabilite per adeguarle alla situazione attuale. Insomma, optando per la convenzione di negoziazione assistita, la ex coppia può serenamente (si spera) concordare tutti gli aspetti che riguarderanno la vita dei figli.

Anche la procedura è semplice. Sottoscritta la convenzione, i rispettivi avvocati prospetteranno delle ipotesi di accordo e, una volta raggiunto, lo metteranno per iscritto allegando i documenti necessari (certificato di stato di famiglia e di nascita della bambina, dichiarazioni dei redditi dell’ultimo triennio). Il documento firmato sarà inviato al Pubblico ministero che ne valuterà la rispondenza agli interessi della minore.

Se non lo riterrà adeguato, lo trasmetterà al presidente del Tribunale che fisserà nei successivi 30 giorni l’udienza di comparizione dove potrete esporgli le vostre argomentazioni. Se, invece, lo riterrà garante dei diritti della bimba/bimbo, autorizzerà l’accordo – nel cui testo sarà bene marcare l’importanza che trascorra tempi adeguati con ogni genitore, nel rispetto della bigenitorialità – ed esso produrrà gli stessi effetti del provvedimento emesso dal giudice.

Nel caso di chi non è sposato, gli avvocati non saranno tenuti a far avere l’accordo al Comune. Del resto, nei registri di stato civile le coppie di fatto non figurano a meno che – avvalendosi della possibilità introdotta dalla legge 76/2016 (nota come Cirinnà) – abbiano registrato la convivenza all’ufficio anagrafe mediante la Carta di convivenza che ha proprio il fine di ufficializzare sia il legame che lo stato di coabitazione nella residenza indicata.

Diversamente, cioè qualora si scelga di restare una coppia informale, non si potrà accedere alle tutele previste dalla legge del 2016 ma soltanto a quelle via via riconosciute dalle sentenze dei giudici o da specifici interventi normativi. In sintesi, sono quattro le tipologie di convivenze a protezione crescente: coppie formate da persone di sesso diverso e sposate; coppie formate da persone di identico sesso legate da unione civile, quasi equiparate ai coniugi per obblighi di assistenza morale e materiale, dovere di coabitazione e diritti successori; conviventi di sesso identico o diverso anagraficamente registrati; conviventi di fatto non registrati.

Tutti i diritti che si ottengono se si registra la vita in comune

Siamo indecisi se registrare la nostra convivenza. Quali sono i vantaggi?
La legge ha esteso alle coppie registrate molti diritti: visite al partner detenuto o ricoverato; assistenza ospedaliera con accesso alle informazioni sulla sua salute, possibilità di effettuare per lui scelte mediche se incapace; decisioni funerarie e sulla donazione degli organi; idoneità a farne da tutore, curatore, amministratore di sostegno se interdetto o inabilitato; permanenza del superstire nella casa familiare dopo la morte del partner proprietario per 2 anni o periodo pari alla convivenza se superiore al biennio, non oltre 5 e minimo 3 in presenza di figli minori o disabili; rilevanza nelle liste per le case popolari; partecipazione agli utili dell'impresa familiare; alimenti all’ex se indigente.

Niente diritti successori, però, quindi per garantire il convivente lo si dovrà nominare erede, donargli beni o renderlo beneficiario di un’assicurazione sulla vita. Di contro, le coppie non registrate godranno – se provino la stabilità e progettualità del rapporto – soltanto delle tutele fissate dai giudici e da alcune norme in diversi ambiti: congedi parentali, procreazione assistita, violenza domestica, diritto possessorio sul tetto familiare, garanzie per i collaboratori di giustizia e vittime di terrorismo o criminalità organizzata, risarcimento da morte del convivente per fatto illecito altrui (ad esempio per incidente stradale), permesso di soggiorno. Sul versante figli, invece, valgono le stesse regole previste per i genitori sposati su bigenitorialità, affido condiviso, assegno, casa.

Carta e contratto per tutelare chi decide di convivere

Con la donna che amo andremo a convivere ma non vogliamo sposarci. C’è un modo per far sì che la nostra relazione sia riconosciuta dalla legge?
Premesso che, nonostante gli sforzi della giurisprudenza e gli interventi della legge, i conviventi non sono ancora del tutto equiparati agli sposati, potete predisporre una Carta di convivenza cioè un documento – o, meglio, un’autocertificazione – con cui dichiarate il vostro legame.

La Carta andrà inviata o portata a mano al Comune di residenza che annoterà tutti i dati in un registro. Il mio consiglio, però, è di stilare anche un contratto di convivenza con il quale potete regolare tutte le questioni economiche e patrimoniali dell’organizzazione familiare, inclusa la scelta del regime della comunione dei beni proprio come accade quando ci si sposa.

Nell’atto, inoltre, potrete concordare la misura e le forme di contribuzione alla vita comune tenuto conto delle rispettive capacità lavorative e dell’apporto di ciascuno. Il contratto di convivenza, faccia attenzione, sarà nullo se non stipulato in forma scritta, con atto pubblico o con scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato, chiamati a controllare che non sia contrario a norme imperative e all’ordine pubblico. Forma da rispettare anche per eventuali modifiche dell’intesa. Il contratto potrà estinguersi per morte o volontà di uno o entrambi, per matrimonio o unione civile fra voi o con terze persone, cessazione della coabitazione dichiarata o accertata d’ufficio.

Il reato di maltrattamenti non «cade» anche se ci si lascia

Dopo un periodo di convivenza ho deciso di lasciare il mio compagno che, da diverso tempo e sempre più spesso, era solito minacciarmi e aggredirmi anche in presenza dei figli. E ora che non viviamo insieme, mi maltratta quando ci vediamo per discutere dei bimbi. Posso ancora denunciarlo?
Si. Trattandosi di più condotte violente o minacciose, si configura il reato di maltrattamenti in famiglia punito dall’articolo 572 del Codice penale e procedibile d’ufficio. Inoltre, la circostanza che non siate più conviventi non le impedisce di agire perché – come afferma la Cassazione con sentenza 30129/2021 – i maltrattamenti in famiglia sussistono anche se i comportamenti proseguano dopo la cessazione della convivenza fra l’autore e la vittima, se non siano venuti meno i vincoli di solidarietà scaturiti dal legame che si era instaurato.

Pensiamo, ad esempio, ai rapporti di stabile frequentazione e solidarietà fra ex motivati dal dover gestire le questioni inerenti la prole. Questo, sia in caso di separazione o divorzio e sia a seguito d’interruzione della convivenza more uxorio. Si tratta, infatti, di un reato contro l’assistenza familiare disegnato appositamente per salvaguardare la famiglia ed i suoi componenti da comportamenti vessatori e violenti.

Stessi diritti per i figli nati fuori dal matrimonio

La mia ex compagna pretende un mantenimento per nostro figlio. Come si calcola l’assegno? Ci sono regole diverse poiché non siamo sposati?
No. I figli nati fuori dal matrimonio hanno gli stessi diritti di quelli nati da due coniugi e i genitori hanno gli stessi obblighi dei separati o divorziati: contribuire al mantenimento con un assegno – calcolato sulle esigenze della prole, sul tenore di vita goduto nel corso della convivenza e sulle risorse economiche di ognuno – e partecipare alle spese extra.
Il giudice deciderà il regime dell’affidamento, di regola condiviso nel rispetto della bigenitorialità, ed individuerà il genitore presso cui fissare la residenza abituale dei figli.

Ok all’assegno alimentare se l’ex partner è indigente

Sono reduce da una convivenza e attualmente vivo da sola ma sono stata licenziata e fatico ad arrivare a fine mese. Non avendo avuto figli dal mio ex, temo di non potergli chiedere un aiuto. È vero?
In parte. L’articolo 1, comma 65, della legge n. 76/16 afferma che in caso di cessazione della convivenza di fatto, il convivente che versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere da solo al proprio sostentamento, possa ricevere dall’ex un assegno alimentare. Tale importo, però, spetterà per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e sarà calcolato in base al grado di indigenza e alle condizioni economiche del soggetto tenuto a versarlo.

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