diritto d’autore

Copyright, il Parlamento europeo approva la direttiva Ue. Cosa cambia ora


Copyright, il Parlamento europeo approva la direttiva Ue. Cosa cambia ora

4' di lettura

Il Parlamento europeo ha dato l’ok alla direttiva sul copyright contenente le nuove regole sul diritto d’autore. Il via libera dall’aula di Strasburgo all’accordo provvisorio raggiunto a febbraio soprattutto per quanto riguarda internet è passato con 348 sì, 274 no e 36 astenuti. Le nuove norme Ue sul copyright, che includono salvaguardie alla libertà di espressione, consentiranno a creatori ed editori di notizie di negoziare con i giganti del web.

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«È un momento cruciale per la cultura europea, per l’economia digitale, per la difesa dei nostri valori Ue», nel giorno della verità per quanto riguarda il recepimento della Direttiva sul copyright da parte del Parlamento europeo a Strasburgo, si esprime in questi termini la commissaria Ue al digitale Mariya Gabriel. «La nuova direttiva - ha affermato - permetterà di adeguare il diritto d’autore al Ventunesimo secolo», andando «a vantaggio di autori, interpreti, giornalisti, editori, produttori di film e musicali». Il testo, ha aggiunto la Gabriel, sosterrà «la nostra stampa e il settore creativo».

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Gli autori «si aspettano che l’Ue mantenga le sue promesse. Bisogna attrezzare meglio i nostri autori, e questo significa far vivere la nostra cultura», oltre che «i nostri giornalisti» e ciò comporta «far vivere la nostra democrazia», ha concluso. Il testo dell’accordo politico sulla direttiva sul copyright è «equilibrato e ambizioso» e, secondo la Gabriel, «riconcilia i vari interessi in gioco. I creatori e gli altri detentori di diritti saranno equamente retribuiti e l’impatto sui prestatori di servizi rimarrà proporzionato e gli utenti e la loro libertà di espressione saranno protetti», aggiunge la commissaria europea.

Cosa può accadere adesso
Dopo il via libera del Parlamento Ue basterà l'assenso del Consiglio europeo. Il testo è stato infatti formulato dalla Commissione europea nel 2016, con l'ambizione di diventare una delle architravi del cosiddetto digital single market: il mercato unico digitale, uno spazio economico comune che riproduca l'assenza di barriere raggiunto in quello fisico. Da allora sono passati tre anni e un numero imprecisato di emendamenti che hanno scatenato una guerra furibonda di lobbying fra le due fazioni che si fronteggeranno fino al verdetto positivo di oggi.

Cosa dice esattamente la direttiva
La direttiva della Commissione (0593/2016) si proponeva di aggiornare una regolamentazione sul copyright ferma a un testo del 2001, adeguando i paletti legislativi di allora a un mercato cambiato in profondità dai tempi pionieristici del primo e-commerce (uno dei riferimenti del testo di 18 anni fa era eBay) e di un Web diversissimo da quello di oggi. L'obiettivo è quello di salvaguardare «un elevato livello di protezione del diritto d'autore e dei diritti connessi», adattando le norme sul diritto d'autore a un mercato monopolizzato da colossi internazionali che fatturano sull'uso – gratuito – di contenuti prodotti da terzi. Come? In sostanza, le piattaforme che monetizzano sull'intermediazione di opere altrui, come appunto Google o Youtube, devono «responsabilizzarsi» e assicurare la stipula di licenze con i legittimi proprietari dei diritti o la rimozione dei contenuti protetti da copyright. A garantire l'una e l'altra condizione sono i due articoli più controversi del testo.

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Cioè l'11 e il 13?
Sì, anche se nella versione emendata dal Parlamento l'articolo 11 è diventato l'articolo 15 e l'articolo 13 è diventato l'articolo 17. Le due misure hanno raggiunto la notorietà perché introducono, rispettivamente, una «link tax» (tassa sui link) e un upload filter (un filtro sul caricamento dei contenuti). Nel testo approvato non c'è traccia né del primo né del secondo.

L'articolo 15 (ex articolo 11) stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere perché «gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l'utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell'informazione». In altre parole gli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online (per esempio Google News) devono essere remunerati dai propri editori, a propria volta pagati per i contenuti concessi agli aggregatori digitali. Come? La finalità della direttiva dovrebbe essere quella di incentivare la stipula di accordi, quindi è probabile che una maggiore garanzia di retribuzioni passi – sulla carta – per accordi bilaterali fra editori e aziende digitali.

L'articolo 17 (ex articolo 13) sancisce invece che «un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online (formula burocratica per dire piattaforme online, ndr) deve pertanto ottenere un'autorizzazione dai titolari dei diritti», sempre attraverso una licenza. Se un contenuto protetto da copyright viene caricato senza licenza, le piattaforme si accollano la responsabilità della violazione, a meno che non si possano aggrappare ad alcune eccezioni: per esempio «aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un'autorizzazione» o comunque «aver agito tempestivamente» per disabilitare l'accesso agli utenti indisciplinati o impedirne l'attività in futuro. La norma si dovrebbe rivolgere solo alle aziende di grossa dimensione, visto che lo stesso articolo esclude o limita per esempio le responsabilità di società con fatturato inferiore ai 10 milioni o meno di tre anni di attività alle spalle.

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