l’intervento

Corbello (Assoprevidenza): solo i preesistenti investano in quote di Banca d’Italia

La proposta lanciata da Pensioni24 -investire nell’azionariato di Bankitalia - ha lanciato un dibattiuto tra addetti ai lavori. Registriamo il punto di vista del presidente di una delle associazioni di categoria

di Sergio Corbello


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La sede della Banca d’Italia in via Nazionale a Roma

3' di lettura

L’opportunità di investimento in quote costituenti il capitale di Banca d'Italia ad opera di entità diverse dagli istituti di credito è stata resa praticabile dalla normativa del 2014 (l. n. 5/2014), approvata dopo un faticoso iter parlamentare. Possono ora essere titolari delle quote le fondazioni di origine bancaria, le assicurazioni e gli enti di previdenza, tanto di primo quanto di secondo pilastro. All'attualità, il comparto previdenziale risulta presente in modo significativo nel capitale della Banca, attestandosi intorno al 25% dello stesso. Ricordiamo che il capitale dell'Istituto ammonta 7,5 miliardi ed è suddiviso in 300mila quote, da 25 mila euro l'una.

L’Inps partecipa per un 3% (al pari dell’Inail, non considerato nella percentuale sopra indicata, andando questo Istituto annoverato al comparto assicurativo), ma la parte del leone la fanno le Casse professionali private e privatizzate, che detengono quasi il 16% del capitale. La previdenza/assistenza privata di secondo pilastro veleggia intorno al 7%.

Venendo allo specifico dei fondi di previdenza complementare, va rilevato che quanti di essi hanno operato l'investimento in quote di Banca d’Italia appartengono al novero delle forme preesistenti del comparto bancario, legittimate a compiere impieghi in via diretta, senza necessariamente avvalersi di mandati di gestione attribuiti ad operatori specializzati. Questi fondi hanno rilevato quote dagli istituti di credito cui accedono, interessati a ridurre la loro partecipazione, ove eccedentaria rispetto alla soglia del 3% pro capite prevista dalla legge. Ciò, tenuto conto anche del fatto che le quote di partecipazione superiori al predetto limite del 3% risultano infruttifere in capo al soggetto che le detiene: non danno titolo, cioè, a percepire dividendi.

Ogni valutazione circa la validità e/o l'opportunità di realizzare l'investimento di cui trattasi non compete certo ad Assoprevidenza. L'Associazione, quale centro tecnico nazionale di previdenza e assistenza complementari, con ormai quasi 35 anni di attività, non esprime alcun orientamento “politico” o di indirizzo, ma cura esclusivamente l'approfondimento delle tematiche d'interesse dei due settori, con l'unico obiettivo “ideologico” di favorirne lo sviluppo nel Paese.

Sotto il profilo strettamente tecnico si può rilevare come l'investimento in questione appaia sostanzialmente illiquido, pur risultando indubbiamente redditizio, almeno tenuto conto dei più che lusinghieri risultati conseguiti negli ultimi anni dalla gestione di Banca d'Italia, certo anche aiutata non poco dagli effetti del quantitave easing, imposto dalle scelte della Bce.

Sotto il profilo operativo questa forma di investimento (assimilabile a una partecipazione stabile) risulta di semplice realizzazione per entità che, se lo vogliono, possono operare in “gestione diretta”: è il caso delle casse professionali e dei fondi di previdenza complementare preesistenti. L'operazione risulta, invece, di difficile realizzazione per i cosiddetti fondi negoziali. L'acquisto di quote o azioni, ove non di società immobiliari, non è contemplato tra gli impieghi la cui realizzazione è attuabile in via diretta, secondo le previsioni dell'art. 6, comma 1, del d. lgs. n. 252/2005.

L'acquisto potrebbe, dunque, avvenire nel contesto di un mandato di gestione, di tipo bilanciato o azionario, ma è da ritenere che il gestore (libero e responsabile per la scelta degli impieghi, nei limiti del mandato ricevuto) non gradisca introdurre nella gestione, operata in nome e per conto del fondo pensione committente, (circostanza, quest'ultima, che gli consentirebbe di operare l'acquisto, stante il profilo soggettivo del cliente) titoli sostanzialmente “atipici, con rendimento potenzialmente elevato, ma privi di liquidità.

Circa l'eventuale approvigionamento non ci sarebbero comunque problemi: si può, infatti, dare per scontata la disponibilità e l'interesse almeno di IntesaSanpaolo, Unicredit, Banca Carige e Generali a cederne, giacchè essi ne sono in possesso in misura eccedentaria le 9mila pro capite, rappresentanti il 3% del capitale della Banca e, quindi, nel loro portafoglio, infruttifere, per la parte che supera il 3% medesimo. IntesaSanpaolo in primo luogo e Unicredit presentano un possesso di quote largamente superiore al 3%, in conseguenza delle molte incorporazioni effettuate nel tempo di altri istituti di credito.

*Presidente ASSOPREVIDENZA

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