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Corleone alla ricerca del riscatto con turismo e agroalimentare

Dall'olio ai formaggi, dall'apicoltura alle visite guidate in chiese e antichi monumenti, le storie e le testimonianze di chi si è messo in gioco per il riscatto di un paese martoriato dalla mafia

di Nino Amadore

 Una veduta di Corleone, il paese in provincia di Palermo tristemente conosciuto per le vicende di mafia è oggi al centro di una fertilità imprenditoriale

4' di lettura

A Corleone, provincia di Palermo, la filiera degli onesti si tiene per mano. È l’altra parte di un cielo il più delle volte dipinto di nero per l’abitudine che si ha ormai di confondere una parte con il tutto: la mafia sanguinaria di Totò Riina e Bernardo Provenzano che qui sono nati e cresciuti, la furbizia mafiosa di don Vito Ciancimino il barbiere che divenne re di Palermo hanno dettato e dettano spesso la trama del racconto su questo paesone disteso nella Sicilia interna. Ma il cielo, da queste parti, non è solo nero perché il più delle volte è azzurro come gli occhi di Elżbieta Leszczyńska: arrivata fin qui per amore ha compreso che da queste parti c’erano e ci sono gli elementi che creare e far crescere un’impresa nel pregiato mondo dell’olivicoltura e produzione di olio ma anche nel turismo che muove la passione di visitatori (soprattutto americani) per il don Vito Corleone del Padrino di Francis Ford Coppola e arrivati qui si ritrovano a confrontarsi con la memoria antimafia del Cidma, il Centro internazionale di documentazione sulla mafia e del movimento antimafia, guidati anche da Elżbieta Leszczyńska: il Cidma accoglie ogni anno circa 20mila visitatori (inglesi, americani, belgi, olandesi ma anche molti siciliani.

Laureata in Scienze politiche in Polonia, esperta di Social media, Elzbieta propone un modello anche per gli altri piccoli imprenditori di Corleone: volontà, determinazione, metodo. Per battere soprattutto i luoghi comuni. Corleone è certo un paese segnato dalla sua, recente e non solo, terribile storia ma è anche un luogo che porta con sé una storia nobile e gloriosa ovviamente meno recente. Il paese delle cento chiese, segno di una presenza ecclesiastica consolidata e di una tradizione religiosa indiscussa anche se non sempre adamantina in passato: sono oggi 44 le chiese presenti di cui 26 ancora attive. Qui Elżbieta ha trovato terreno fertile e il modo di far fruttare i terreni della famiglia del marito, soprattutto l’uliveto: «Tutto è cominciato durante il lockdown – racconta –. Mi è venuta l’idea di utilizzare per il nostro olio un mercato che conoscevo: la Polonia. Ho inizialmente coinvolto dei miei amici e amiche che abitano ancora lì e poi abbiamo fatto accordi con alcuni negozi». Un lavoro sul mercato e un altro di marketing con lo studio delle confezioni di olio e le campagne sui social media, in particolare su Instagram. Ma anche un lavoro culturale per far comprendere anche ai corleonesi il valore delle loro cose, dei loro prodotti: tra il 2020 e il 2021 l’olio a marchio AS, da Antonino Scianni che è il nome del marito di Elżbieta è partito spesso per la Polonia. Un lavoro cert0sino di promozione che è poi un impegno a promuovere il territorio e tutti i suoi prodotti: la pasta, il formaggio, il miele, il vino. Perché basta dare un’occhiata alla pagina Facebook Capo di Corleone, creata da due giovani polacchi, per vedere il sistema dell’agroalimentare che fa da base alla voglia di rinascita di questo paese bistrattato. E non è un caso che agricoltura e agroalimentare riescano ad attrarre i giovani. Come è accaduto nel caseificio di Maria Riina (nulla a che vedere col boss), uno dei cinque caseifici di Corleone: il figlio Giovanni, oggi venticinquenne, ha scelto la tradizione di famiglia investendo anche sullo studio e l’approfondimento della materia «con l’obiettivo – racconta – di ottenere prodotti di qualità. Con la costruzione del caseificio siamo riusciti a chiudere la filiera e questo è il valore aggiunto. La nostra è un’azienda familiare, siamo in sei, e trasformiamo il latte dei nostri animali». Già la chiusura della filiera che è poi la strada maestra così come lo è stato per Elżbieta nel caso dell’olio.

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Ed è sempre una storia di giovani quella che arriva dall’apicultura. E anche in questo caso c’è una lunga tradizione di famiglia: lui è Giuseppe Comajanni, 30 anni, oggi possiede 400 alveari e distribuisce il miele in tutta Italia: «Sono partito da zero – racconta – grazie al prestito agrario ho fatto il primo investimento e sempre grazie al prestito agrario ho continuato a investire per far crescere la produzione». Sono pezzi di una cittadina che non buca lo schermo perché è forse più comoda la via dei luoghi comuni. Così come vale la pena soffermarsi sulla cooperativa Nsitu (che è poi l’arbusto dell’ulivo appena piantato) voluta qualche anno fa dal vescovo di Monreale Michele Pennisi: loro si occupano di cultura e turismo, sono tutti giovani e puntano sulla «Corleone che non ti aspetti». Quella delle chiese maestose, dei tesori religiosi, della natura: «Ci stiamo muovendo anche con altre associazioni – racconta Rosanna Paternostro, presidente della Coop – perché pensiamo che fare network sia la cosa migliore per lavorare e far crescere la nostra comunità». E la coop può contare sui tesori di queste chiese, su opere d’arte spesso sconosciute ai più.

Che poi, però, fare turismo sembra in questa fase ancora una cosa molto complicata da queste parti. Il turismo e la cultura cercano spazio e sostegno. E intanto crescono. Ne è un esempio l’iniziativa avviata in una dimora storica da di coniugi Salvatore Gennaro (imprenditore del settore ristorazione) e Anna Zygmunt, anche lei cittadina polacca. In quel palazzo hanno creato un museo che utilizza i gironi danteschi come metafora per raccontare Corleone, per ricordare i martiri della mafia e per fare memoria dei carnefici collocati irrimediabilmente all’inferno. Lo hanno inizialmente chiamato The Godfather’s House Museum. Potenza del marketing e della forza di un film.

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