Interventi

Corona virus, emergenza e gestione. Aiutare le piccole imprese

di Aurelio Agnusdei *

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2' di lettura

L'emergenza dettata dal corona-virus in Italia ha evidenziato impietosamente la distanza siderale che separa lo Stato dalle imprese.

Mentre assistevamo sconsolati alla strumentalizzazione politica dell'emergenza, allo scontro fra istituzioni (Governo contro Regioni), a decisioni tardive e controverse, che contribuivano a scatenare la psicosi piuttosto che a fornire ai cittadini informazioni e linee guida chiare e tempestive, le imprese correvano ai ripari e si organizzavano in brevissimo tempo per fronteggiare una situazione del tutto nuova, e inattesa nelle proporzioni.

Nel giro di quarantotto ore le abitudini consolidate venivano spazzate via, mentre il telelavoro su vasta scala diventava improvvisamente una realtà. Se tale modalità era già ampiamente sperimentata nelle grandi aziende, le piccole e medie imprese si sono trovate catapultate senza preavviso in questo nuovo modo di relazionarsi con i propri dipendenti, ma anche con i propri clienti e fornitori.

La buona notizia è che le risorse necessarie erano, in gran parte, già lì. Aspettavano solo di essere messe in campo. Certo, l'emergenza ha anche evidenziato quali siano le risorse mancanti o inadeguate, una su tutte la cervellotica normativa esistente in materia di lavoro agile (alla quale bisognerà mettere mano rapidamente) che impone formalità burocratiche contrarie a qualsiasi regola di efficienza e di buon senso.

Ma questa sperimentazione, tanto forzata quanto estesa nei numeri, segna probabilmente un punto di non ritorno. La consapevolezza che un altro modo di lavorare sia possibile ha fatto breccia sia nelle imprese che nei lavoratori. Bisognerà affinare le modalità, adeguare in qualche caso le infrastrutture tecnologiche delle aziende, bisognerà soprattutto fare un salto mentale verso una cultura del lavoro fondata sulla fiducia reciproca fra impresa e lavoratore, sull'individuazione e la condivisione di obiettivi chiari e misurabili e sul feedback costante. Questi sono gli aspetti sui quali, terminata l'emergenza, si lavorerà. Ma i benefici che abbiamo sperimentato sono troppi e troppo grandi per essere ignorati e, soprattutto, vanno a vantaggio di tutti: imprese, lavoratori e comunità.

Abbattimento dei costi per gli spostamenti, aumento dell'efficienza e della produttività, città meno congestionate dal traffico e miglioramento dell'aria che respiriamo, migliore gestione dei tempi e conciliazione delle esigenze personali e familiari con quelle lavorative. Difficile tornare indietro.

Tutto bene quindi? Purtroppo no. L'emergenza e la sua gestione hanno già creato danni la cui portata sarà evidente nei prossimi 12-18 mesi. La sensazione è che a pagarne il prezzo più caro saranno le piccole imprese. Esercizi commerciali chiusi, turismo congelato, attività di intrattenimento vietate non sono misure indolori e colpiscono soprattutto le attività più piccole, che hanno meno mezzi per far fronte ad una situazione del genere. Quanto tutto questo ci sarà costato in termini di PIL lo scopriremo fra qualche mese. Rimane il dubbio sull'utilità e la tempestività di certe misure, adottate, questa è la sensazione, più sull'onda dell'emotività che sulla base della razionalità e dell'evidenza scientifica.

*managing director di Grenke Italia

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