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Coronavirus, gli 11 giorni di Wuhan che avrebbero potuto salvarci dalla pandemia

Sono i giorni più importanti, nella storia di questa polmonite diventata pandemia e la Cina sceglie la strada del negazionismo. Se le autorità avessero agito per tempo i contagi sarebbero stati molto inferiori

di Biagio Simonetta

Coronavirus, Wuhan si ferma in memoria delle vittime

Sono i giorni più importanti, nella storia di questa polmonite diventata pandemia e la Cina sceglie la strada del negazionismo. Se le autorità avessero agito per tempo i contagi sarebbero stati molto inferiori


3' di lettura

Undici giorni. È il tempo passato, a Wuhan, fra la morte di un uomo di 61 anni per Covid19 e l’ammissione pubblica di Zhong Nanshan, epidemiologo cinese, alla tv di stato circa la diffusione di un nuovo virus. Undici giorni fatali per la Cina, e forse per il mondo intero. In quel lasso di tempo, circa 5milioni di persone hanno lasciato la capitale dell’Hubei, muovendosi verso il resto della Cina e il resto del mondo. Portando il contagio ovunque. Diventando, inconsapevolmente, diffusori di una malattia sconosciuta.

Ma andiamo con ordine. La prima vittima ufficiale da Covid19, il sessantunenne di Wuhan, muore il 9 gennaio. Nei giorni precedenti aveva frequentato il mercato alimentare della città, luogo legato a molti dei primi casi di questa pandemia. La sua morte viene annunciata dalla Commissione Sanitaria Municipale due giorni dopo (l'11 gennaio). Le autorità cinesi sono più o meno certe che queste polmoniti fossero state trasmesse da animale a uomo, e che quindi i potenziali infetti erano quelli venuti a contatto con gli animali stessi al mercato cittadino. Nessuno, però, fa trapelare un dettaglio determinante: dopo 5 giorni dalla morte del 61enne, anche la moglie della vittima ha iniziato ad avvertire gli stessi sintomi. E la donna non è mai stata al mercato d Wuhan. Un segnale chiarissimo che il virus misterioso, il nemico sconosciuto, si sta diffondendo da uomo a uomo.

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Sono i giorni più importanti, nella storia di questa polmonite diventata pandemia. E la Cina sceglie la strada del negazionismo. Il 14 gennaio, mentre Wuhan si appresta a diventare un inferno, l'Organizzazione Mondiale della Sanità twitta che le indagini preliminari cinesi «non hanno trovato prove chiare della trasmissione da uomo a uomo del nuovo coronavirus identificato a Wuhan». Tutto sotto controllo, insomma. E invece no.

L'ammissione di Nanshan e il party del sindaco
Zhong Nanshan è un epidemiologo cinese molto noto. È apprezzato per il suo lavoro durante l'epidemia di SARS, nel 2003. Tocca a lui, il 21 gennaio (48 ore prima che Xi Jinping imponga il lockdown totale) ammettere alla tv pubblica che il nuovo coronavirus si sta senza dubbio diffondendo tra gli umani. Sono passati undici giorni da quando l'uomo di 61 anni, la prima persona risultata positiva a un test, è morto per Covid19. Undici giorni che potevano cambiare tutto. Undici giorni in cui nessuno ha avvertito i residenti di Wuhan o delle aree vicine che il nuovo coronavirus stava diventando altamente contagioso.

Anzi, mentre l'intero Paese si preparava a festeggiare il capodanno lunare, con milioni di persone in movimento, le autorità locali di Wuhan decisero di indire una sorta di festa: il 18 gennaio, in un sobborgo della metropoli dell'Hubei, il sindaco Zhou Xianwang invitò i cittadini al XXI banchetto di Capodanno, con decine di migliaia di persone che si riunirono in strada portando cibo da casa. Una bomba biologica, a pensarci adesso. E non è un caso che oggi di Zhou Xianwang non si parli più. Le comunicazioni ufficiali del governo cittadino sono affidate al vicensindaco, Hu Yabo. Mentre l'intera gestione dell'Hubei, per volere di Xi Jinping, è stata affidata a un braccio destro dello stesso presidente.

Quando Zhou Xianwang svela al quotidiano Global Times che 5 milioni di persone hanno lasciato la sua città, scoppia il panico. La Cina e il mondo intero iniziano a chiedersi: quante di loro sono portatori del nuovo coronavirus? E quante altre persone saranno infettate a causa loro?

Un recente studio condotto da ricercatori dell'Università di Southampton, in Gran Bretagna, ha stimato che se la Cina avesse agito con tre settimane di anticipo rispetto all’oramai celebre data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%. E gli 11 giorni di Wuhan avrebbero potuto cambiare il destino del mondo.

Per approfondire:
Wuhan torna a sorridere: lockdown rimosso dopo due mesi di chiusura
Così la Cina ha fermato i contagi: racconto di una giornata tipo

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