l’impatto sul settore

Coronavirus, gli analisti del lusso: «Ecco perché mette a rischio la crescita del 2020»

Un settore così esposto a una sola nazionalità rischia di vedere i conti compromessi almeno fino alla prima metà dell’anno. E anche se più esteso rispetto al 2003 della Sars, l’e-commerce non aiuterà

di Chiara Beghelli e Marta Casadei

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(EPA)

Un settore così esposto a una sola nazionalità rischia di vedere i conti compromessi almeno fino alla prima metà dell’anno. E anche se più esteso rispetto al 2003 della Sars, l’e-commerce non aiuterà


3' di lettura

Città fantasma, negozi chiusi, viaggi annullati. L’onda del coronavirus rischia di avere un potente impatto anche sui conti del lusso. E su più fronti: secondo le stime di Altagamma-Bain nel 2019 il mercato domestico cinese è aumentato del 30% rispetto al 2018 (il triplo rispetto al resto dell'Asia), toccando i 30 miliardi di euro, e a livello mondiale i cinesi - nonostante l'incertezza legata alle proteste di Hong Kong - hanno contribuito al 90% della crescita del valore del mercato dei beni personali di lusso. Un mercato che assorbono per oltre un terzo, con una spesa annua poco sotto i 100 miliardi di euro.

Il confronto con l’epidemia di Sars del 2003
La Cina e i suoi consumatori del lusso non sono in realtà nuovi a questa situazione: nel maggio 2003, allo scoppio dell'epidemia di Sars, la crescita delle vendite retail rallentò dal +9% del primo trimestre al +4%. La ripresa, però, ci fu già pochi mesi dopo. Secondo un report di Barclays questa epidemia di coronavirus potrebbe avere un impatto inferiore, poiché oggi le vendite online sono molto più diffuse rispetto al 2003.

L’e-commerce salverà lo shopping?
Secondo uno studio di Credit Suisse sugli effetti dell'epidemia sul retail, la penetrazione dell'e-commerce nell'abbigliamento in Cina è pari al 35%, contro il 27% degli Stati Uniti. «In realtà, anche i trasporti e la logistica potranno rallentare le loro attività, dunque non credo che l'online potrà sopperire le mancate vendite nei negozi – nota Flavio Cereda, analista di Jefferies –. I consumi di lusso avranno un rallentamento che impatterà sui risultati della prima metà dell'anno, almeno, anche se si dovrà valutare la curva di diffusione della malattia. Ma certamente, per un settore così esposto a una sola nazionalità come il lusso, questa è una sorta di tempesta perfetta».

Shopping mall di Bangkok (Photo by Mladen ANTONOV / AFP)

Le prime chiusure
Sebbene il consumatore cinese sia altamente digitalizzato, l'acquisto in negozio sta tornando popolare: nel rapporto «China digital consumer trends 2019» McKinsey rileva come l'88% di consumatori di abbigliamento nel canale digitale abbia fatto acquisti in un negozio fisico nei tre mesi precedenti l'indagine. I luoghi di riferimento sarebbero gli shopping mall popolati da negozi monomarca. Se per ora non si hanno notizie ufficiali di chiusure da parte delle insegne del lusso, marchi come Uniqlo, Ikea, Levi’s e Starbucks le hanno già annunciate.

Nel 2003 dai cinesi solo il 2% del lusso mondiale
«È vero che rispetto alla Sars il tasso di mortalità è più basso, ma è anche vero che nel 2003 i cinesi contavano appena il 2% della domanda mondiale, rispetto al 35% di oggi – commenta Luca Solca, analista di Bernstein -. Al momento, i cinesi non viaggiano e comprano molto di meno anche a casa loro. Il feelgood factor, elemento importante nell'acquisto del lusso, ovviamente si è volatilizzato di fronte a questa emergenza. La lezione del 2003 è che come si scende velocemente, così si risale. Tutto dipende da quanto dura l'epidemia, dato sul quale non ci sono certezze».

Le preoccupazioni entro e oltre i confini
Negli ultimi due anni, inoltre, era proprio entro i confini nazionali che lo shopping dei cinesi aveva fatto registrare la sua crescita più interessante, anche grazie anche a un calo del differenziale di prezzo fra Cina e Paesi occidentali. Ma la preoccupazione per il rallentamento dei consumi si estende oggi ben oltre confine: i cinesi sono la prima nazionalità per acquisti tax free sia in Europa (con un quota del 34%) sia in Italia (dove sono aumentati del 7% più rispetto al 2018, secondo Global Blue). «Il Governo cinese ha cancellato tutti i viaggi all'estero organizzati da gruppi e stiamo vedendo come Governi di altri Paesi stiano adottando le stesse misure nei confronti di viaggi organizzati verso la Cina», spiega Stefano Rizzi, country manager Italia di Global Blue. «Il nostro Paese non sarà esente da effetti negativi – nota Patrizia Arienti, Emea Fashion & luxury leader di Deloitte -: il 35% dei turisti cinesi che ogni anno visitano l'Italia sono elite consumers, che hanno come target principale i brand del lusso presenti nelle nostre città. Le prime perdite per le aziende si stanno già verificando».

Fra i rischi che potevano incidere sulla crescita del lusso fra 2019 e 2025 sempre il report Altagamma-Bain aveva inserito le tensioni commerciali fra Usa e Cina, instabilità socio-politiche, recessioni “soft”. Nessuna traccia di epidemia da virus, che però oggi, peraltro unita alle tensioni persistenti di Hong Kong, potrebbe rivelarsi la minaccia più grave.

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