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Coronavirus, chi rispetterà regole irrazionali?

Vacanze equiparabili a necessità, divieti di spostamento limitati ad alcuni giorni della settimana, indicazioni vaghe sulle distanze in cui è permessa l’attività motoria: i dubbi sull’ordinanza del ministero della Salute

di Simone Lonati e Carlo Melzi d'Eril

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(ANSA)

Vacanze equiparabili a necessità, divieti di spostamento limitati ad alcuni giorni della settimana, indicazioni vaghe sulle distanze in cui è permessa l’attività motoria: i dubbi sull’ordinanza del ministero della Salute


3' di lettura

Venerdì 20 marzo è stata emessa l’ennesima ordinanza, questa volta del ministero della Salute, che contiene misure volte a limitare ulteriormente la libertà di movimento.

L’intenzione – dichiarata – era quella di restringere maggiormente gli spazi di circolazione delle persone per diminuire ancora le occasioni di contatto e, con esse, la diffusione della malattia.
In quest’ottica il ministro ha introdotto quattro regole nuove:
chiusura di parchi, ville, aree giochi e giardini pubblici;
divieto di attività ludica o ricreativa all’aperto, salvo attività motoria da soli e in prossimità alla propria abitazione;
chiusura dei servizi di somministrazione di cibi e bevande nelle stazioni ferroviarie e lacustri, nonché quelli presenti nelle stazioni di servizio, salvo quelle autostradali, negli aeroporti e negli ospedali;
divieto nei giorni festivi e prefestivi, nonché in quegli altri che immediatamente precedono o seguono tali giorni, di ogni spostamento verso abitazioni diverse da quella principale, comprese le seconde case utilizzate per vacanza.

Ormai quale sia la condotta da seguire da parte di tutti per contrastare l’avanzata del virus è chiara: evitare il più possibile i contatti con altre persone. Il legislatore sta tentando di tradurre questo precetto in regole di comportamento. Per far comprendere che si tratta di comportamenti che è indispensabile assumere, la violazione degli obblighi imposti è assistita da sanzioni penali e amministrative.

Simili regole stanno cambiando, e di molto, le abitudini profonde di tutto il Paese. Perché ciò avvenga davvero, però, non è sufficiente porre sanzioni, anche le più severe. Come ogni giurista sa bene, gli atteggiamenti collettivi si modificano se la comunità di riferimento si convince, nella grande maggioranza dei suoi componenti, che sia corretto smettere di tenere un certo comportamento per assumerne un altro. E il modo migliore per persuadere, è quello di esercitare il potere in modo razionale e trasparente: quanto più saranno ragionevoli e chiare le disposizioni, tanto più avranno presa nella coscienza collettiva e saranno così efficaci nel loro ultimo scopo, quello di modificare, anche per quello che tutti speriamo sia il periodo breve dell’emergenza.

In quest’ottica, lascia davvero perplessi il testo dell’ultima ordinanza del ministero della Salute, di cui si fatica a cogliere il razionale, per quello che dice, e per quello che lascia intendere. Qui lo scopo è quello di fornire indicazioni per limitare il più possibile i rapporti, senza paralizzare il Paese, che rischia di non rialzarsi.

Così, la chiusura di parchi, ville e giardini può anche essere opportuna, come il divieto di attività “ludica o ricreativa” all’aperto, ma non si vede perché allora consentire l’attività “motoria”, per quanto solo in prossimità – indicazione estremamente vaga – della propria abitazione. Se, alla base di questa concessione, dovessero esserci ragioni di salute – pensiamo, per esempio, alle persone affette da obesità o da diabete – queste riguarderebbero comunque solo una specifica categoria di persone rispetto alla quale, tra l’altro, già l’art. 1 lett. a) del Dpcm consente, appunto per motivi di salute, spostamenti dalla propria abitazione.

Allo stesso modo, facciamo francamente fatica a comprendere le ragioni che hanno portato a chiudere le attività di distribuzione di cibi e bevande nelle stazioni ferroviarie e lacustri e non negli aeroporti, ma sarà certo per nostri limiti.

La formulazione della regola sarebbe burocraticamente comica, se non fossimo in una situazione in cui non c’è proprio niente da ridere

Ma la regola che davvero temiamo farà solo danni è quella che introduce il divieto, nei giorni festivi e prefestivi, nonché nei pre-prefestivi e nei postfestivi (con formulazione che sarebbe burocraticamente comica, se non fossimo in una situazione in cui non c’è proprio niente da ridere) - di spostarsi per raggiungere le “seconde case” utilizzate per i periodi di vacanza. Da un lato, non si riesce a comprendere la ragione di un divieto in vigore dal venerdì al lunedì, come se il virus fosse meno contagioso nel mezzo della settimana. Dall’altro, la posizione di uno specifico divieto di spostamento nei giorni indicati, al solo fine di trascorrere qualche giorno nella propria abitazione in luogo di villeggiatura, lascia intendere che negli altri giorni ciò sia possibile. E che dunque una simile “giustificazione” possa rientrare in quelle “situazioni di necessità” che, insieme alle comprovate esigenze di lavoro o di salute, consentono di non adeguarsi alla misura adottata di “evitare spostamenti”. Se davvero fosse così, nel nebuloso e sfuggente concetto di “situazioni di necessità”, può davvero farsi rientrare qualunque pur lievissimo desiderio.

Ciò non contribuisce, certo, a rendere la disciplina razionale e quindi ad aumentare la fiducia dei cittadini nella bontà delle scelte delle istituzioni, requisito indispensabile perché, come accennato, i comportamenti collettivi cambino. Nel primo giorno di primavera, ci vuole però una speranza: l’ordinanza, sembra, avrà efficacia solo per 5 giorni.

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