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Coronavirus, il cibo non manca, c’è l’emergenza della distribuzione ai ceti più poveri

Famiglie in povertà, precari, stagionali e soggetti che normalmente traggono il proprio reddito dall'economia “informale” e che oggi sono senza lavoro: il loro bisogno di cibo può sfociare in rabbia sociale

di Raffaele Borriello

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(Adobe Stock)

Famiglie in povertà, precari, stagionali e soggetti che normalmente traggono il proprio reddito dall'economia “informale” e che oggi sono senza lavoro: il loro bisogno di cibo può sfociare in rabbia sociale


3' di lettura


Di fronte all'evolversi dell'emergenza legata Covid 19, si è diffusa la consapevolezza che bisogna prepararsi a combattere una vera e propria guerra, con l'aggravante che si tratta di una guerra contro un nemico nuovo, invisibile e sconosciuto, da combattere con armi diverse da quelle che abbiamo nei nostri arsenali. E in questo caso il riferimento è agli “arsenali” dei sistemi sanitari, degli apparati di sicurezza, dell'assistenza sociale, delle politiche economiche.

Quando ci si prepara a gestire una economia di guerra, è cruciale tenere sotto controllo i settori strategici quali il comparto agroalimentare, il cui funzionamento è essenziale anche per rassicurare la popolazione, evitando che la paura della scarsità diventi una corsa all'accaparramento e una minaccia all'ordine pubblico.

In questo momento l'agricoltura italiana e tutti gli addetti alla filiera alimentare, compresa la logistica – pur a costo di un impegno senza precedenti a operare sotto la pressione dell'emergenza sanitaria – stanno rispondendo bene a una domanda di alimenti in forte crescita.

Nelle ultime settimane, infatti, gli italiani hanno speso di più per fare scorte di cibo e hanno aumentato il loro consumo, perché stando a casa si finisce per cucinare e mangiare di più, per esempio a pranzo, rispetto al classico pasto leggero fuori casa nella pausa di lavoro.

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Da questo punto di vista, i dati recentemente forniti dall'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA) sulla situazione delle filiere agroalimentari in Italia sono rassicuranti: la maggiore domanda di prodotti alimentari soprattutto conservabili, la concentrazione degli acquisti nei supermercati e la forte crescita della spesa online sono ben alimentate da un sistema produttivo capace di rispondere con una offerta adeguata.

In altri temini, almeno nel breve periodo non si profila una prospettiva di scarsità di cibo, ma piuttosto della sua distribuzione, soprattutto a favore degli indigenti: come il premio Nobel Amartya Sen ci ha insegnato, per combattere la fame, alla disponibilità fisica di alimenti sugli scaffali dei supermercati deve accompagnarsi la disponibilità economica di chi ne ha bisogno di pagarli alla cassa.

Ora il problema sembra essere proprio questo, specie nelle aree più povere del Paese, dove alle tante famiglie che vivono in una situazione di povertà, si aggiungono i precari, gli stagionali e i soggetti che normalmente traggono il proprio reddito dall'economia “informale” e che oggi sono senza lavoro: sono tutti improvvisamente senza reddito e senza tutele, e il loro bisogno di cibo può facilmente sfociare in rabbia sociale, come sta accadendo in questi giorni in alcune città del Sud.

Dunque, ben venga la proposta della ministra Bellanova di prestare particolare attenzione alla gestione dell'emergenza alimentare con un coordinamento nazionale sul doppio fronte: quello del controllo che i canali di approvvigionamento continuino a funzionare e quello, a breve altrettanto importante, che ai soggetti più fragili o vulnerabili sia assicurato l'accesso al cibo: dalla consegna porta a porta di prodotti alimentari agli anziani o alle famiglie in quarantena, alla distribuzione di cibo ai più poveri che non hanno i soldi necessari per fare la spesa.

Si può discutere la modalità con cui affrontare il problema – con una task force o un vero e proprio commissario – ma è necessario fare presto, anteponendo la tempestività alla preoccupazione di evitare qualche spreco: se anche qualcosa dovesse andare a chi non ne ha diritto, questo è un costo che ci si può permettere e che non giustificherebbe la perdita di tempo per disegnare un improbabile sistema esente da questo tipo di rischi.

Senza contare che l'attivazione di una tale piattaforma di intervento potrebbe tornare utile a medio o lungo termine, quando l'eventuale protrarsi dell'emergenza potrebbe mettere a rischio anche la capacità del sistema agroalimentare di continuare ad assicurare una adeguata offerta di cibo.

* capo di Gabinetto del ministero delle Politiche agricole

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