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Coronavirus, i Comuni rischiano un buco di almeno 3 miliardi di euro

La crisi ferma imposta di soggiorno, suolo pubblico, pubblicità, rette degli asili, multe e incassi dei parcheggi

di Gianni Trovati


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(giacomocestra - stock.adobe.com)

4' di lettura

Nell’Italia bloccata dal Coronavirus rischiano di prosciugarsi in fretta anche le casse dei Comuni. Un effetto collaterale che finora non è emerso più di tanto ma che rischia di avere conseguenze pesanti. Perché i sindaci sono in prima fila nella gestione dell’emergenza sanitaria sul territorio. Il blocco delle loro entrate è progressivo, e promette di estendersi.

Perché la paralisi economica rende complicato immaginare di poter incassare nei prossimi mesi l’Imu e la Tari da imprese e attività commerciali fermate dall’emergenza. Il governo studia quindi di allargare ai altri tributi locali la sospensione degli obblighi fiscali avviata con il decreto Marzo.

Lo stop agli obblighi fiscali
Lo stop potrebbe arrivare con un emendamento nella legge di conversione, a patto di risolvere nella stessa norma il problema di liquidità degli enti locali che rischia di diventare serissimo. «L’esigenza di bloccare i pagamenti anche nel fisco locale per i contribuenti e le imprese colpite dalla crisi è evidente - spiega Laura Castelli, la viceministra che al Mef segue tutti i dossier della finanza locale -, ma è altrettanto chiaro che non possiamo far saltare i Comuni. Stiamo definendo il meccanismo che ci permette di tenere insieme questi due aspetti».

L’aiuto dovrebbe arrivare dalla Cdp con un’estensione a tutto campo delle anticipazioni di liquidità, e il confronto tecnico in corso deve sciogliere il nodo degli interessi. In una catena nella quale però ogni anello rimanda a un altro; anche la finanza locale deve infatti guardare alla partita europea, perché uno sblocco delle risorse Ue coinvolgerebbe anche loro. Ma anche senza la sospensione ufficiale dei pagamenti il conto si prospetta pesantissimo.

Il presidente dell’Anci Antonio Decaro si è rivolto direttamente a Palazzo Chigi e al Mef. «Credetemi - ha scritto al premier Conte e al ministro dell’Economia Gualtieri - la mia non è una rivendicazione corporativa ma un grido d’allarme responsabile, perché la crisi dei Comuni è già in atto» e bisogna scongiurare il rischio di «un collasso dell’unica istituzione di prossimità» di un Paese in ginocchio. Per questo i sindaci chiedono un salvagente in quattro mosse: un miliardo per le spese del semestre, l’estensione del blocco delle rate a tutti i mutui, su cui il governo sta lavorando, la liberazione di quote ulteriori degli avanzi di amministrazione e il taglio degli obblighi di accantonamento a copertura delle mancate riscossioni.

Un’incognita da 3 miliardi di euro
Opzioni tecniche a parte, il problema è chiaro. E un primo, parziale calcolo solleva sui conti comunali un’incognita da almeno 3 miliardi di euro. Ma le settimane dell’emergenza sanitaria hanno insegnato che i contatori girano veloci e i numeri si aggiornano in continuazione.

Il fatto è che molte entrate locali sono collegate in modo diretto alle attività più colpite dall’emergenza. Alberghi e strutture ricettive sono chiusi dal 12 marzo, ed è presto per fare ipotesi non infondate sui tempi della loro riapertura. E sul ritmo di lavoro che riusciranno a riconquistare una volta archiviato lo shock collettivo, italiano e mondiale, del lockdown. Dal punto di vista dei bilanci locali, l’assenza di turisti prosciuga l’imposta di soggiorno, che l’anno scorso ha portato alle casse locali 450 milioni.

La stasi dell’economia cancella poi i fatturati dei titolari delle insegne e ferma la pubblicità, prima voce tagliata quando i conti aziendali soffrono. E promette di fermarla a lungo. L’imposta collegata alla pubblicità, sempre nel 2019, aveva portato ai Comuni 423 milioni.

Chiusi sono anche i negozi, i bar e i ristoranti con i loro tavolini all’aperto, i mercati e di fatto tutte le attività che hanno bisogno di occupare suolo pubblico. Occupazione che si trasforma in canoni e tasse: 842 miloni di euro l’anno scorso. A questo punto, un primo riassunto porta intorno agli 1,8 miliardi le voci di entrata comunale colpite dal Coronavirus. Ma il conto, purtroppo, deve continuare.

Nell’Italia zona rossa si sono fermati anche gli asili nido, 219 milioni di entrate nel 2019, le mense (725 milioni)e il traffico di giorno in giorno più rado riduce le entrate dei parcheggi, le cui tariffe sono peraltro state sospese in molte città. L’anno scorso questa voce valeva 273 milioni. Ma soprattutto nelle strade semideserte si esaurisce la pioggia delle multe, anche perché la Polizia ha priorità assai più urgenti. E le multe valgono 1,4 miliardi all’anno.

Tutte queste cifre sono annuali, mentre la durata del blocco da Coronavirus sarà sperabilmente molto più limitata. Ma nessuno è oggi in grado di fare ipotesi sul calendario, e soprattutto sulle modalità della ripresa, in una recessione che farà flettere anche il flusso dell’Irpef con le sue addizionali locali.

L’effetto domino delle perdite sull’emergenza
Un conto del genere è solo apparentemente cinico nell’Italia schiacciata dall’emergenza sanitaria. Perché queste perdite di entrate sono inevitabili con le misure di contenimento che provano a rallentare la diffusione del contagio; ma colpiscono gli enti locali che insieme alle Regioni hanno un ruolo chiave nell’emergenza. Alle Regioni tocca la sfida enorme della sanità, ma ai Comuni spetta il compito altrettanto delicato di assicurare il welfare locale e la gestione delle comunità sul piano sociale.

Tanto è vero che lo stesso decreto anticrisi approvato lunedì scorso prova a chiamare a raccolta le risorse che già ci sono nei bilanci (gli avanzi di amministrazione) o quelle che si possono liberare (con la sospensione per ora parziale dei mutui) per concentrarle sull’emergenza. Un primo passo importante, che però rischia di essere troppo lento nei suoi effetti pratici.

Per approfondire:
La mappa dei contagi in Italia
Coronavirus, ecco l’Italia che non si ferma

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