lo studio

Coronavirus, i contagiati reali in Italia sono almeno 100mila

Secondo lo studio della fondazione presieduta da Nino Cartabellotta gravità e tasso di letalità da Covid-19 nella penisola sono ampiamente sovrastimati

di Ernesto Diffidenti


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3' di lettura

«Gravità e tasso di letalità sono ampiamente sovrastimati perché ci sono almeno 100mila casi di contagi al coronavirus , di cui 70mila non identificati, mentre i tassi di letalità in Lombardia ed Emilia Romagna, prossimi al 10%, documentano un sovraccarico degli ospedali». È quanto rileva la fondazione Gimbe a poco più di 3 settimane dal primo caso di Codogno sottolineando che solo «il distanziamento sociale può evitare il disastro sanitario al Sud».

Cartabellotta (Gimbe): Italia ormai sulla strada giusta
«La sottostima del numero totale dei contagiati – spiega il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta – se da un lato può attenuare le preoccupazioni sulla gravità della COVID-19, dall'altro non deve in alcun modo fare abbassare la guardia”.

Per Cartabellotta, in ogni caso, «l’Italia è ormai sulla strada giusta e gli altri Paesi Ue e gli Stati Uniti non devono perdere altro tempo per introdurre misure di prevenzione».

Diffusione del coronavirus in Europa
La recente impennata dei casi in Spagna, Francia, Germania, dimostra che per tutti i paesi europei la battaglia è analoga a quella italiana, con un ritardo di 7-9 giorni. «Tutti i paesi hanno avuto la possibilità di giocare d'anticipo – spiega Cartabellotta – avendo già visto il film italiano, ma hanno perseguito politiche attendiste contro un virus che si diffonde alla velocità della luce, e da cui si ritenevano immuni. Considerato che l’efficacia delle misure di distanziamento dipende dalla loro rigorosità, dalla tempestività e dall'aderenza dei cittadini, Europa, Stati Uniti e tutti i paesi del mondo, dovrebbero fare tesoro dell’esperienza (e degli errori) del’'Italia».

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I rischi di un approccio frammentato
Anche perché un approccio “frammentato” rischia di vanificare le misure draconiane messe in atto da alcuni paesi, in primis l’Italia, creando inevitabili “casi di rientro” e rendendo, tra l’altro, «molto più difficile predisporre misure straordinarie per fronteggiare la recessione economica se i paesi del G7 e del G20 si troveranno disallineati nella gestione dell’epidemia e delle sue conseguenze sui mercati finanziari».

La gravità della COVID-19
Il quadro restituito dai dati ufficiali spaventa gli italiani che percepiscono la patologia come “molto grave”. L’aggiornamento del 16 marzo (che non include i dati della Puglia e della provincia di Trento), riporta 27.980 casi: 1.851 (6,6%) pazienti in terapia intensiva; 11.025 (39,4%) ricoverati con sintomi; 10.197 (36,4%) in isolamento domiciliare; 2.749 (9,8%) dimessi guariti; 2.158 i decessi (7,7%). «Questa distribuzione di gravità della malattia – spiega Cartabellotta – appare molto più severa di quella cinese: infatti, lo studio condotto sulla coorte cinese e pubblicato su JAMA riportava 44.415 casi confermati di cui 81% lievi, 14% severi (ospedalizzati) e 5% critici (in terapia intensiva), con un tasso grezzo di letalità del 2,3%». Ma considerato che in Italia i tamponi vengono effettuati prevalentemente sui soggetti sintomatici, la gravità di COVID-19 è ampiamente sovrastimata perché vediamo solo la punta dell'iceberg. «Assumendo una distribuzione di gravità della malattia sovrapponibile a quella delle coorte cinese – spiega Cartabellotta – si può ipotizzare che la parte sommersa dell'iceberg contenga oltre 70.000 casi lievi/asintomatici non identificati». Prendendo in considerazione questi casi, la casistica italiana si "ricompone" riducendo la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva, oltre che del tasso di letalità che si riallinea a quello della coorte cinese.

Ampia variabilità regionale per i decessi
Discorso analogo per i decessi. il tasso grezzo di letalità ieri ha raggiunto il 7,7%, con ampie variabilità regionali: in particolare è del 9,8% in Emilia Romagna e 9,7% in Lombardia, rispetto al 4% nelle altre Regioni. «Questo dato – spiega Cartabellotta – rappresenta una spia rossa sul sovraccarico degli ospedali, in particolare delle terapie intensive, allineando i numeri alla narrativa di chi lavora in prima linea».

I modelli predittivi
Ma quando finirà? Gimbe ritiene che sia impossibile, purtroppo, rispondere perché la validità dei modelli predittivi è influenzata da due fattori imprevedibili: la diffusione asincrona del coronavirus tra i vari paesi e l’assenza di un piano pandemico unico in Europa e nel mondo. «Tutti dobbiamo essere consapevoli della necessità di rimanere a casa – conclude Cartabellotta - e di applicare rigorosamente tutte le misure di distanziamento sociale imposte dal Governo con l'obiettivo di ridurre la circolazione del virus, di evitare il contagio di altre persone, in particolare di soggetti anziani e fragili, al fine di evitare il sovraccarico degli ospedali».

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