Pronto il prototipo

Coronavirus: creare una filiera italiana delle mascherine sull’onda del modello Puglia

Si punta a censire le aziende tessili di ogni regione, conformando la produzione di mascherine di protezione alle direttive dell’Istituto superiore di sanità

di N.Co.

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Si punta a censire le aziende tessili di ogni regione, conformando la produzione di mascherine di protezione alle direttive dell’Istituto superiore di sanità


3' di lettura

In tutta Italia è caccia alle mascherine ed è partita la corsa per produrle. A partire dalla Lombardia, dove l’emergenza Coronavirus è altissima. E dove, con l’aiuto del Politecnico di Milano si stanno già testando i materiali per partire con una immediata produzione. Per il Piemonte il gruppo piemontese Miroglio, riconvertendo le linee di produzione di tessuti, ha già in produzione un lotto da 600mila pezzi e le spedizioni stanno iniziando ad andare a regime. Una scommessa che è partita anche al Sud, con l’obiettivo di creare una filiera italiana di produzione delle mascherine sull’onda del modello Puglia.

Serve un approccio sistemico
«Serve un approccio sistemico, bisogna creare sinergia fra i vari attori, ottenere un circuito, una rete, per riuscire a sopperire al fatto che in Italia non esiste una produzione nazionale di mascherine protettive». Ne è convinta la senatrice pentastellata Patty L’Abbate che - di concerto con la Protezione civile, ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli e Istituto superiore di sanità - sta avviando un modello in Puglia per la produzione di mascherine al Sud. Ma non solo. Una filiera da 192mila mascherine al giorno, un modello da replicare in tutte le regioni.

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Il progetto per una filiera di produzione di mascherine e protezioni
Innanzitutto si punta a censire le aziende tessili di ogni regione, conformando la produzione di mascherine di protezione alle direttive dell’Istituto superiore di sanità. Con la Puglia battistrada del progetto. «É una lotta contro il tempo - spiega la senatrice di Polignano a Mare, in provincia di Bari - e ognuno deve fare la sua parte con le proprie competenze. Insegno come migliorare i cicli di produzione, come renderli sostenibili». La senatrice, che è una economista ecologica, ha dichiarato di conoscere a fondo il ciclo di vita del settore tessile: «Per questo ho deciso di istituire un tavolo di lavoro per costruire una rete, una filiera di produzione di dispositivi di protezione individuale e medicali, per la fornitura in Italia nel periodo di emergenza Covid-19».

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Pronto un prototipo di tessuto
L’Abbate ha contattato in Puglia una serie di aziende che confezionano prodotti tessili di vario tipo, analizzando la fattibilità della nuova produzione. E l’azienda Apulia stretch, che è una tessitura del barese che produce tessuti per la copertura di materassi, seguendo le istruzioni dell’Istituto superiore di sanità e di tecnici del settore, ha approntato un prototipo di tessuto accoppiato. Un tessuto che ha la caratteristica di essere idrorepellente all’esterno (poliestere in microfibra ad alta densità) e idrofobico all’interno (Tnt). É costituito per il 25% di poliestere, per il 65,3% di poliestere microfibra, per il 6,5% di poliestere in polvere collante resistente a più lavaggi anche a 60 gradi e per il 7,7% di Tnt. «Il tessuto - spiega l’azienda - sarà ora distribuito alle aziende di confezioni che lavoreranno in ambienti sanificati».

Prove nei laboratori specializzati
Poi ci saranno le prove nei laboratori specializzati. Il prodotto deve essere conforme allo standard Unien 14683:2019, come da direttive dell’Istituto superiore di sanità. «Un solo telaio in un giorno - spiega l’azienda - potrebbe produrre il tessuto per confezionare 20mila mascherine. Utilizzando tutti i telai in un giorno posso produrre il tessuto per 192mila mascherine». L’azienda precisa che «non ha chiesto alcun supporto economico alla riconversione», ma «sta mettendo a punto il prototipo per dare un supporto all’emergenza».

Una filiera in ogni regione
«In tutte le regioni - sottolinea Patty L’Abbate - è possibile creare una filiera del genere». Secondo la senatrice sarebbe opportuno produrle in ogni comune, per diminuire le distanze di approvvigionamento e, di conseguenza, la mobilità.

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