le borse asiatiche confidano in misure di sostegno da pechino

Coronavirus, da Swatch a Hyundai il contagio sull’economia mondiale

A rischio l’import-export globale ma le Borse asiatiche chiudono in positivo perché confidano nelle misure di sostegno all’economia di Pechino

a cura di Angela Manganaro


Forum Coronavirus: come combattere le fake news

5' di lettura

Il bollettino del 30 gennaio in Cina era 170 morti e 7.711 infettati. Il bollettino del 4 febbraio è di 427 morti, 20.659 infettati nel mondo (20.467 solo in Cina) e 684 completamente guariti. C’è stata una vittima a Hong Kong e una nelle Filippine ma finora si può dire che le misure sanitarie di contenimento stanno funzionando. Non quelle a protezione dell’economia cinese e quindi mondiale (nel 2019 il contributo dell’economia cinese alla crescita globale è stato del 33%, stima l’agenzia di rating Scope).

Non ci sono cordoni di protezione, mascherine, quarantene che possano fermare il domino di chiusure di negozi, blocchi della produzione, voli annullati, eventi cancellati.

Rispetto a cinque giorni fa, quando Morgan Stanley prevedeva un calo di un punto percentuale del Pil cinese nel primo trimestre del 2020, e un calo della crescita globale tra lo 0,15 e 0,3 punti nel primo trimestre dell’anno con i picchi di infezione fra febbraio e marzo, i segnali di allarme si sono moltiplicati.

Chiusi per virus: dalla componentistica al lusso
Due notizie confermano i timori della settimana scorsa: se si ferma la componentistica cinese, si può fermare la manifattura mondiale. Se non viaggiano più i cinesi, non c’è più chi compra oggetto di lusso. Il 30 gennaio la giapponese Toyota ha fermato la produzione fino al 9 febbraio. Il 4 febbraio la coreana Hyundai decide di sospendere la produzione in tutti i suoi stabilimenti in Corea perché paralizzata dalla mancanza di componenti cinesi causa chiusura degli stabilimenti. E tutto l’import-export mondiale è a rischio.

Nelle stesse ore il gruppo svizzero Swatch decide di annullare il salone dell'orologeria a Zurigo, città in cui i suoi marchi di lusso avrebbero dovuto presentare le nuove collezioni a marzo. La decisione di Swatch conferma la preoccupazione del settore e in particolare in Italia, già nei primi giorni dell’emergenza mondiale.

Crolla anche la domanda cinese di petrolio, che torna ai minimi da un anno.

La fiducia dei mercati in Asia
Il 3 febbraio le due Borse cinesi bruciano 420 miliardi di dollari ma il giorno dopo reagiscono: sia Shanghai sia Shenzhen aprono male, perdono e poi recuperano rispettivamente l’1,4% e l’1,8%. Anche gli altri mercati asiatici vanno bene perché gli investitori confidano che il governo cinese prenderà misure a sostegno dell'economia per arginare gli effetti del virus.

Paura mondiale
La settimana scorsa il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, era stato chiaro: «Il virus genera incertezze sulla crescita e sulle prospettive dell’economia mondiale». Powell ha paura e non lo nasconde: «È una questione molto seria e molto probabilmente provocherà problemi all’economia cinese e a livello globale. La Fed sta già monitorando da vicino l'andamento e l'impatto dell'epidemia».

Il gigante isolato
Il primo settore colpito era stato quello turistico. La Cina rimane un gigante ferito e isolato: tra il 28 e il 29 gennaio le grandi compagnie aeree occidentali hanno deciso di bloccare i voli. La prima è stata British Airways, a seguire Lufthansa e quindi Swiss e Austrian Airlines. American Airlines ha sospeso i voli tra Los Angeles, Pechino e Shanghai dal 9 febbraio al 27 marzo, resta operativo il volo da e per Dallas. Il 4 febbraio Cathay Pacific, la compagnia aerea di Hong Kong, pianifica un taglio del 30% della sua capacità nei prossimi due mesi e del 90% dei suoi voli verso la Cina continentale.

Nella serata del 30 gennaio, l a decisione drastica dell’Italia: sospeso tutto il traffico aereo da e per la Cina. Ma tutte le compagnie del mondo hanno deciso di bloccare del tutto i collegamenti o di limitarli fortemente: da Israele all’Egitto, dagli Stati Uniti alla Polonia, dalla Tanzania alla Corea del Sud. È lunghissima la lista delle compagnie che stanno riscrivendo il piano voli da e verso la Cina per i prossimi due mesi, almeno fino a fine marzo.

Nella mattina del 30 gennaio il gruppo americano Carnival aveva perso il 6% alla Borsa di Londra perché a bordo di una sua nave crociera Costa Smeralda, per questo motivo bloccata nel porto di Civitavecchia, erano stati segnalati due casi sospetti di coronavirus.

Multinazionali occidentali in fuga
Già dalla settimana scorsa, multinazionali simbolo come l’americana Starbucks ha chiuso metà dei suoi 4.300 caffè sparsi nel Paese. Chiusi anche centinaia di McDonald’s e una dozzina di negozi di abbigliamento della catena svedese H&M e della catena giapponese del cashmire low cost Uniqlo. La svedese Ikea ha chiuso tutti i 30 negozi e ha limitato i viaggi in Cina dei dipendenti, stessa misura presa da Facebook. Anche Google ha deciso di chiudere temporaneamente tutti gli uffici in Cina, Hong Kong e Taiwan.

Chiuse le frontiere di terra
Il governo russo ha ordinato di chiudere la frontiera con la Cina per vietare la propagazione anche via terra dell’influenza, stessa misura adottata poi dalla Nord Corea.

Dipendenti cinesi a casa
In grandi aziende come Alibaba, Novartis e Volkswagen si chiede al personale cinese di lavorare da casa. Il governo di Pechino ha ordinato a tutte le aziende, anche quelle straniere quindi italiane, e anche a quelle lontane un migliaio di chilometri dalla zona di Wuhan, focolaio dell’epidemia, di non riaprire gli stabilimenti prima del 9 febbraio e non il 3 come previsto dal calendario festivo.

Bytedance, gruppo proprietario di Tik Tok, ha chiesto ai dipendenti che hanno viaggiato durante le feste del Capodanno cinese di mettersi da soli in quarantena per 14 giorni. Una richiesta simile hanno fatto la società dell’ecommerce Pinduoduo e UBS Group. Quella di HSBC, Goldman Sachs e Standard Chartered è più di una richiesta: hanno vietato ai dipendenti i viaggi in Cina e a Hong Kong.

Autoquarantena, divieti di viaggi in Cina e nella regione, divieto di entrare in azienda per chi nelle ultime due settimane è stato nella provincia di Hubei, sono le misure più diffuse tra le società, da Honda Motor a Nippon Steel da Roche a Commonwealth Bank of Australia.

Stabilimenti chiusi
Lo sterminato made in China, il manifatturiero e soprattutto l’hi tech è bloccato. La crisi del coronavirus è scoppiata durante le feste per il Capodanno cinese quindi gli stabilimenti erano chiusi ma causa influenza non hanno riaperto. Quindi adesso sono ferme sia le fabbriche automobilistiche sia quelle dell’hi tech dove si producono i pezzi per gli smartphone e computer diffusi in tutto il mondo. Più gli stabilimenti restano chiusi, più la produzione ne risentirà, dice al Financial Times Mark Williams, capo economista Asia per Capital Economics che prevede una crescita cinese dimezzata nel primo trimestre 2020.

Forse non sarà solo il Pil della Cina a risentire della paralisi ma anche i conti di grandi aziende: l’americana Tesla prevede già che un ritardo dell’uscita delle auto Model 3 prodotte a Shanghai potrebbe pregiudicare i profitti del primo trimestre del 2020. Apple ha chiuso tutti i negozi in Cina, ha limitato i viaggi, si sta preparando a eventuali interruzioni della produzione e ha già annunciato ricadute per l’incertezza dovuta all’epidemia: il 30 gennaio è stato il giorno dei conti e quelli di Apple sono andati benissimo, oltre le attese e bene andrà anche il primo trimestre 2020, prevede il CFO Luca Maestri, ma non si sa quanto: per la prima volta il range tra i possibili risultati positivi è molto ampio.

Articolo aggiornato il 4 febbraio

Per approfondire:
Quanto sta pesando il coronavirus sulla Cina e le altre economie asiatiche
Coronovaurus, rinviate le fiere sui componenti per auto in Cina e in Vietnam

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