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Coronavirus, dimezzati gli ingressi in profumeria

Dopo l’allarme sanitario, le vendite di Kiko in Italia sono scese del 30%, alcuni negozi Bullfrog hanno perso anche il 50%. Framesi: -10% di frequentazioni nei saloni

di Marika Gervasio


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6' di lettura

«A partire da venerdì 21 febbraio il traffico nei negozi è diminuito sensibilmente con particolare riferimento in fase iniziale alle regioni del nord e ai centri commerciali, e dal successivo lunedì in tutta Italia e in quasi tutte le location. In alcuni casi riscontriamo riduzioni di ingresso superiori al 50% e l’incremento dell’e-commerce, seppur sensibile, non compensa assolutamente gli evidenti cali del brick&mortar». A descrivere la situazione, in seguito all’allarme coronavirus, è Fabio Pampani, ceo di Douglas Italia, la più grande catena di profumerie italiana.

Flessioni sta registrando anche Kiko, come spiega il suo ad,
Cristina Scocchia: «Il coronavirus ha certamente avuto un impatto sulle nostre vendite. Hong Kong da gennaio è in calo del 50% rispetto allo scorso anno e l’Italia, che è il nostro mercato più grande, è sceso del 30% negli ultimi dieci giorni. Siamo però un’azienda globale, presente in 24 Paesi. Abbiamo chiuso i primi due mesi dell’anno con vendite ancora in crescita grazie alle buone performance del resto dell’Europa e del Medio Oriente. Se da un lato il retail è stato colpito, specialmente in Italia e in Asia, dall’altro il nostro e-commerce ha continuato ad evolversi positivamente con un tasso di crescita a doppia cifra».

Meno clienti anche nelle barberie Bullfrog. «Indubbiamente nei giorni subito successivi alle notizie sul coronavirus in Lombardia c’è stato un forte impatto in termini di traffico nei nostri negozi, in particolare nelle aree turistiche e meno residenziali di Milano - racconta il suo fondatore Romano Brida -. I negozi non di Milano non hanno subito contrazioni di traffico significative, in particolare quelli fuori dall’Italia, così come quelli frequentati da una clientela più di “vicinato”. Mentre il traffico in negozio è sicuramente diminuito in alcune aree, riscontriamo un maggiore traffico sulle nostre piattaforme web e social, probabilmente dovuto anche alle modalità di smart working che molte aziende stanno adottando e che liberano parte del tempo dei nostri clienti. Spesso il maggiore traffico si trasforma in maggiori conversioni di vendita, ma è ancora presto per capire se questo trend verrà confermato nei prossimi giorni».

E aggiunge: «Come per i negozi, gli appuntamenti in barberia sono diminuiti specialmente nelle zone turistiche o frequentate esclusivamente da lavoratori e professionisti. Molte aziende di Milano stanno infatti adottando lo smart working come modalità di lavoro prevalente e questo implica che i nostri clienti non si trovano più vicino a queste aree, frequentate esclusivamente per ragioni lavorative (vedi ad esempio la zona di via Dante a Milano). Diversamente, le barberie localizzate in aree con più residenti stanno soffrendo meno perché sono già abituate a lavorare con clienti del vicinato. Fare il conto dei danni è al momento troppo presto perché non sappiamo per quanto tempo si protrarrà il panico tra la popolazione, ma in questa prima settimana i nostri negozi più esposti hanno perso anche il 50% degli incassi, mentre gli altri sono stati sostanzialmente in linea con le aspettative».

E ci si mette al riparo riorganizzando il lavoro. «Per far fronte alla situazione - dice Brida - abbiamo invitato tutti i nostri dipendenti a non farsi prendere dal panico e a non trasmetterlo ai nostri clienti. Sicuramente abbiamo rinforzato le procedure igieniche che già normalmente sono eseguite nei nostri negozi e nelle nostre barberie attenendoci a quanto suggerito dalle autorità. Per quanto riguarda il personale di negozio abbiamo lavorato ad una rimodulazione dei turni in funzione del minore carico di lavoro, in modo da alleggerire la struttura in questi giorni meno impegnativi e farci trovare pronti con una maggiore capacità produttiva nelle prossime settimane quando la domanda tornerà a salire. Stiamo anche sperimentando orari di apertura diversificati per distribuire in maniera diversa il traffico nel corso della giornata, come richiesto dalle autorità. Per il personale di sede, stiamo limitando gli spostamenti e le trasferte, favorendo lo smart working e le riunioni in videoconferenza. Fortunatamente possiamo contare ormai su una rete consolidata di partner che ha permesso di non interrompere le attività ordinarie nonostante tutto, compresi lanci di prodotti e nuove aperture come quella di Monaco di sabato scorso».

Obiettivo sicurezza. «La nostra priorità è la sicurezza dei nostri quasi 8.000 dipendenti e delle loro famiglie - sottolinea Scocchia -. Abbiamo implementato con la massima serietà e scrupolosità tutte le indicazioni delle autorità preposte, in Italia e nei vari Paesi in cui operiamo. Poiché questa è una situazione in continua evoluzione, abbiamo istituito un comitato di crisi che ci permette di essere costantemente aggiornati e di adeguare i nostri piani di emergenza e le iniziative precauzionali necessarie. Tra queste, in Italia abbiamo introdotto lo smart working volontario per tutti i collaboratori della sede principale. Nel punti vendita siamo sensibili alle situazioni individuali del nostro personale e seguiamo con scrupolosità le linee guida fornite dalle autorità sanitarie. Ma non ci lasciamo prendere dalla paura. Kiko rimane in prima linea per contribuire allo sviluppo e alla sostenibilità sociale ed economica del nostro comparto e del nostro sistema Paese. Andiamo avanti con gli investimenti e con l’innovazione. Con serietà e razionalità».

Pampani chiede l’intervento del Governo: «Da un punto di vista organizzativo ci stiamo muovendo in modo tale da salvaguardare la salute di tutti i lavoratori, cercando di garantire la continuità operativa. Ritengo necessario, in una situazione del genere, un pronto e deciso intervento dello Stato nei confronti delle attività commerciali in genere che , a mio avviso, assieme alle attività turistiche, sono le più colpite, con la caratteristica che quando la situazione rientrerà nella normalità non avranno possibilità di recupero pregresso».

Certo è che l’allarmismo diffuso non aiuta, come sostiene Fabio Franchina, presidente di Framesi. «Al momento non abbiamo ancora avvertito conseguenze importanti sulle nostre vendite. L’Italia è in uno stato di allarmismo generale, fomentato da una comunicazione che sicuramente non placa gli animi, di conseguenza molti saloni subiscono la nevrosi collettiva. In alcune aree di più, in altre meno. Confidiamo però che in tempi brevi la percezione della questione si ridimensioni su parametri più oggettivi e meno manipolati. Solo questa settimana i saloni di acconciatura hanno registrato un calo del 10% delle affluenze. Parliamo soprattutto del Nord Italia in generale, con qualche caso in Emilia. Vediamo nelle prossime settimane cosa succederà. La conta dei danni maggiore, in questo momento, comunque, è legata alla formazione. Numerosi corsi sono stati impediti e non sappiamo se sarà possibile un recupero. Oggi come oggi è difficile quantificare la perdita, ma – se la situazione non si risolve al più presto - potrebbe arrivare a qualche punto sul fatturato 2020».

Le cose non vanno meglio all’estero: «Anche in Europa alcuni mercati – grazie alla comunicazione enfatica del nostro Paese - hanno reagito con allarmismo - aggiunge Franchina -. Germania e UK scoraggiano i contatti con realtà Italiane, in particolare del Nord. Abbiamo subito redatto e diffuso una Position Paper per chiarire le misure prese per gestire la situazione e non mettere in pericolo nessuno».

E conclude: «Confidiamo che – dopo il panico iniziale – la questione assuma delle dimensioni assolutamente risolvibili. Nel frattempo, ci stiamo concentrando sulla riorganizzazione delle attività in modo da recuperare il più possibile quanto già perso e stiamo recuperando energie per migliorare al massimo le performance quando tutto sarà passato. A livello corporate abbiamo messo in pratica subito tutti i protocolli e le procedure imposte e suggerite dalle Autorità competenti. I controlli sia in entrata che in uscita dall’azienda, e su tutte le persone che vengono in contatto con i nostri spazi , sono rigorosissimi oltre che limitati all’indispensabile».

Ancora limitato l’impatto dell’emergenza per Alfaparf Group che, fa sapere, non produce né importa in Cina. Di recente è stata avviata un’attività commerciale con prodotti realizzati in Italia, ma il peso sul business del gruppo è ancora limitato.

Secondo Matteo Locatelli, ceo dell’azienda terzista Pink Frogs, l’emergenza ha un impatto limitato su una Pmi come la sua, salvo eccezioni come nel caso di un’azienda che lavori prevalentemente con la Cina. «Gli acquisti di materiali, sia materie prime che packaging provenienti dalla Cina sono limitati - spiega -. Le motivazioni comunque non sono solo dimensionali ma anche strategiche in quanto le nostre scelte hanno sempre privilegiato prodotti europei laddove possibile».

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